LA CHIAMAVANO LA SIGNORA MAESTRA – IV

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                                     LA CHIAMAVANO LA SIGNORA MAESTRA

Albertina, Serva di Dio

Albertina, Serva di Dio

Ora la Chiesa la chiama Serva di Dio

Momenti del processo diocesano di beatificazione di ALBERTINA VIOLI ZIRONDOLI conclusosi il 16 maggio 2007.

Nel 2001 usciva ad opera dell’Editrice Città Nuova un libro dal titolo “Albertina – Una storia che continua”. Era la biografia di una donna di Carpi vissuta dal 1901 al 1972, di professione insegnante, che ha lasciato una profonda impronta nelle migliaia di persone che l’hanno conosciuta. Ed è stata punto di riferimento spirituale e morale, oltre che materiale per molte persone anche al di fuori della sua città.

(Continua da http://amicimaras.com/albertina3) Dopo questo inizio alla Theotokos di Loppiano, momento solenne che resterà impresso in tutti i presenti, si sono succeduti al Tribunale Ecclesiastico di Fiesole molti testimoni di vario ceto, età, etnia venuti da tutto il mondo e si sono moltiplicate le testimonianze che hanno fatto da supporto al processo di beatificazione. Alcune di queste – altrettanti momenti di Dio – sono riportate qui di seguito.

Guardando una foto di Albertina

Manuel Bellido

Manuel Bellido

Manuel Bellido – Giornalista spagnolo.
Albertina, ho di fronte a me una tua foto. Tu, seduta su una pietra, immergi i piedi nell’acqua di un ruscello che corre incanalato nel suo alveo. Sullo sfondo una cascata in caduta verticale che mostra la sua forza e svela la bellezza e la potenza della natura. È un giorno di sole e la luce inonda questo scenario magnifico che cerca (invano) di competere con il tuo sorriso. Questo sorriso che continua ad essere chiarezza e guida per quelli che ti conobbero e per molti altri che, per un motivo o l’altro, si avvicinano oggi alla tua storia. Ci raccontano che come insegnante lavorasti sempre e molto, numerosi bambini e ragazzi sono passati nelle tue aule e nella tua casa, dove hai aiutato molti dando lezioni particolari. Altri ti ricordano come fondatrice e presidente del CIF (Centro Italiano Femminile) in quei lontani e difficili anni del dopoguerra che attraversò la città di Carpi, dove aiutasti molte donne a farsi una professione o a trovare lavoro. La tua forza era qualcosa di più di una sensibilità verso i problemi sociali. Era l’amore che ti spingeva verso glialtri, verso i più bisognosi, una luminosa ed efficace maternità di spirito che produceva in quelli che ti avvicinavano comprensione, serenità, fiducia, valori… Alfredo, tuo figlio, è andato raccogliendo in questi anni testimonianze di molte persone che ti conobbero nell’arco della tua intensa vita e sorprende sapere quanto bene facesti e quante persone beneficasti nel corso della tua esistenza. Ci lasciasti nel luglio del 1972, dopo lunghi mesi di sofferenza, ma rimane la luce del tuo costante sorriso, anche quando il dolore attanagliava il tuo corpo in quella camera di ospedale, prima di morire. Ci resta la tua costanza e perseveranza nel lavoro, il tuo conti-nuo intraprendere cose nuove, il tuo infaticabile impegno perché a nessuno mancasse il necessario, la tua creatività e inventiva per rendere facile ciò che era difficile. Ci rimane il tuo amore per la natura e il rispetto per essa che hai saputo sempre trasmettere ai giovani – oggi ti avrebbero dato qualche riconoscimento su questioni ambientali –, ci rimane la tua dolcezza, il tuo sguardo puro, il tuo affetto delicato di sposa e di madre. Ci rimane la profondità dei tuoi occhi che sapevano indovinare la preoccupazione e il dolore in chi soffriva. Preoccupazione e dolore che sapevi comprendere e alleviare. Ci rivelasti una meravigliosa anima di madre che in certi momenti faceva pensare che gli angeli esistono su questa terra. Ritorno a guardare la tua fotografia. La forza della cascata, il ruscello che corre sicuro senza uscire dal suo alveo, la luce che tutto inonda, sono i simboli di questa tua vita che continua e continuerà come esempio per molti. La semplicità con la quale volesti vivere non ha impedito di lasciare profondissimi solchi. La tua vita ci ricorda che ognuno di noi può e vale molto, come una goccia d’acqua, un solo albero o una sola pietra che hanno contribuito all’immensità dell’oceano, alla grandezza di un bosco o alla bellezza di una cattedrale gotica.

Mi ha fatto capire il richiamo di Gesù: “E tu mi lascerai solo nel mio abbandono?”

Saad Zogheib Sobrinho

Saad Zogheib Sobrinho

Saad Zogheib Sobrinho – Laureato in Legge e Scienze Sociali, laureato in Filosofia e Scienze dell’Educazione. Attualmente vive e lavora in Portogallo.

Ho conosciuto il Movimento dei Focolari in Brasile nel 1963. Allora ero membro attivo dell’Azione Cattolica, impegnatissi-mo in politica, ma dopo diverse vicende, ho sentito la chiamata a seguire Gesù soprattutto in quel suo grido di Abbandono. É vivo ancora oggi il suo invito diretto a me nel silenzio: «E tu Saad, mi lascerai solo nel mio Abbandono?» Sin da bambino, la sofferenza umana mi aveva colpito fortemente e con tutto l’ardore giovanile mi sono dedicato, come potevo, all’assistenza dei poveri e dei sofferenti di ogni genere. Più tardi ho sentito l’urgenza di mettermi alla ricerca della giu-stizia sociale, sperando che così tanti uomini e donne si sarebbero seduti alla tavola comune della dignità e dell’uguaglianza, provando assieme un po’ di gioia e di amicizia. Sono finito in carcere a seguito di un colpo di stato di stampo militare che ha fatto piazza pulita di ogni scintilla di cambiamento. Pur cristiano e praticante mi è sembrato che il cielo si chiudesse sopra di me e che tutto andasse in fumo, come un incubo tremendo.

È stato in quelle circostanze che ho conosciuto la storia di Chiara e delle sue prime compagne, rimanendone folgorato: Dio è Amore, tutto passa, solo Lui rimane. E non mi sembrava una evasione dalla realtà, perché ho conosciuto una comunità che viveva già come io bramavo: per tanti, per tutti. Non ho resistito alla forza della chiamata e mi sono trovato a Loppiano per la scuola di formazione dei focolarini. Era il gen-naio 1979. Pur giovane avevo già percorso un intenso e travagliato cammino che coinvolgeva tutto me stesso: ragione, cuore, azione, sentimenti, rischi. Così a Loppiano mi sembrò in un primo momento di essermi imbattuto in una esperienza soltanto religiosa, pur moderna e attraente. Quando ho conosciuto Albertina, senza sapere niente di lei, ho avuto subito una sensazione indescrivibile: una donna, una madre, una presenza che silenziosamente mi inondava di gioia e di segrete risposte. La sua discrezione silenziosa e la sua eleganza umana e spirituale mi hanno fatto sperare nella laica spiritualità che allora incominciavo a vivere. Molto avevo già compreso dagli scritti di Igino Giordani, uomo dalle grandi ispirazioni, che ha capito e rivelato l’importanza che ha nel carisma di Chiara la vocazione alla verginità feconda, ribadendo le mie esigenze di giustizia e di universalità, di una laicità dove la famiglia fosse messa al suo posto, non soltanto come sacramento, ma anche come scuola di santità. I suoi scritti rompevano ogni tendenza al campanilismo e riconoscevano la portata di un carisma fatto per l’oggi dell’umanità. Mi mancava però ancora un esempio vivo di madre, di sposa, di laica tutta presa da questa novità. Ed ecco Albertina!
In lei ho trovato l’incarnazione semplice e radicale dell’amore, capace di esprimersi in tantissimi accorgimenti. Albertina di quell’amore sembrava, per il suo silenzio paziente e contemplativo, ora la cornice luminosa, ora lo sfondo che metteva tutti e tutto al suo posto e sempre in rilievo. La sua vita era una testimonianza formativa costante. Generava fra tutti l’atmosfera calda di famiglia. In lei non mancava la Sapienza, né le idee, che però venivano vestite di bellezza, di armonia, di una dolce accoglienza che sapeva ascoltare fino in fondo. Chi stava con lei sentiva di essere capito con il cuore, anche se non le sfuggiva mai il senso di ciò che le veniva detto. Prevaleva, però, sempre l’amore. Forse, si può dire che chiunque le è passato accanto si è sentito guardato e amato. Si muoveva inoltre con grande dignità e semplicità, creando sempre un’atmosfera in cui, seppur altissima, tutti si trovavano a casa. Con lei mi sentivo avvolto e sollevato da una certezza inconfondibile, che solo in seguito ho capito trattarsi della sua fede solida e della sua raffinata carità. Non abbiamo parlato tante volte, eppure mi è rimasta impressa in modo indelebile. Quando ho saputo che la parola della Scrittura scelta da Chiara per lei era: «Portate i pesi gli uni degli altri», ho collegato la sua persona a questa parola. Da allora quando mi sono trovato nelle circostanze di condividere i dolori e le pene altrui, non poche volte, mi si è resa presente Albertina, e mi è sembrato di rivivere quella intesa iniziale, di capire quello che avevo colto nel mio primo incontro con lei, cioè la forte impressione che producono le parole di Gesù quando sono vissute da una madre e maestra come lei. L’ho scelta così come compagna di viaggio in tutti questi anni e posso testimoniare l’efficacia del suo aiuto, del suo modo esemplare di essere accanto a ognuno, chiunque egli fosse e in qualunque situazione si trovasse: “Portate i pesi gli uni degli altri”.

E pian piano mi è stato possibile capire che lei nella scuola di formazione di Loppiano ha avuto un ruolo molto speciale, è stata infatti una presenza di luce, di bellezza e ha testimoniato una qualità d’amore che poteva sgorgare soltanto da un cuore che conosceva bene la misura d’amore di Gesù e di Maria: non tanto devozione, ma un amore concreto e visibile. In lei non ho mai riscontrato traccia di tristezza o di pesantezza, come non ho mai notato sbalzi di umore; piuttosto ho sempre visto una gioia contenuta e costante, che faceva intuire quanto Albertina affondasse le sue radici in Qualcuno che ha prosciugato tante lacrime e portato tanti pesi.
Una volta, ad esempio, una persona che aveva conosciuto Dio e ritrovato la speranza attraverso Albertina, mi raccontava di quanti esclusi e abbandonati dalla società avevano trovato in lei consolazione e pane. Ho avvertito allora quanto Albertina fosse stata nella mia vita modello esemplare per continuare a rivivere questa bellissima pagina del Vangelo che lei incarnava in maniera unica, splendida, altissima e al tempo stesso accessibile a tutti. Forse, è stata lei a farmi capire fino in fondo quel richiamo di Gesù: «E tu Saad, mi lascerai solo nel mio Abbandono?» Grazie, Albertina.

Quindici giorni di Cielo

Marta Fenti

Marta Fenti

Marta Fenti – Assistente sanitaria all’ASL di Treviso.

Dopo quindici giorni di Cielo vissuti accanto ad Albertina – gli ultimi della sua vita – ritornai alla mia città portando con me il mistero d’amore che mi aveva penetrato, un mistero
così grande, così divino che sembrava schiacciarmi perché ero sulla terra ma mi sentivo “del Cielo”, come lei. Mai avevo sentito un flusso così reale passare fra Cielo e terra. La mia anima poteva dire una cosa sola: «Ho visto la gloria di Dio». E qui nella mia città d’origine, iniziai l’attività professionale di assistente sanitaria presso l’Azienda sanitaria del luogo. Lavoro che tuttora svolgo. Però a poco a poco, a contatto con il rumore e le preoccupazioni del mondo, quella luce vissuta con Albertina si attenuò e l’incanto di quei quindici giorni di Cielo perse il suo fascino. Trascorsero così alcuni anni durante i quali si susseguirono le vicende della vita: non saprei dire con precisione quanto la mia esperienza con Albertina fosse presente in quel periodo. Certamente lo era, ma non ne ricordo l’intensità. Tuttavia un giorno, ritornando a Loppiano per una visita alla cittadella, recandomi al camposanto per una visita “agli amici più intimi” vidi la sua foto, dov’era ritratta come l’avevo conosciuta all’ospedale. Come in un impeto di luce mi riaffiorò nell’anima la splendida avventura che avevo vissuto e l’eccezionalità dell’evento umano e spirituale che mi era capitato.

Non erano ricordi. Mi resi conto che dentro di me c’era uno scrigno che conteneva “intatta” quell’esperienza. Risultavano essere stati giorni di luce ineguagliabili, quasi da non potersi ridire, se non ad animi particolarmente sensibili alle cose soprannaturali. Ne parlai con qualcuno che sapevo poteva cogliere l’importanza dell’accaduto; seppi così che si stavano raccogliendo testimonianze per scrivere una sua biografia e che si stava avviando per lei una causa di beatificazione. A partire da questo momento si spalancò un altro periodo di luce. Un mondo che non conoscevo, a cui lei era appartenuta prima che io la incontrassi si faceva a me presente e mi parlava della sua vita esemplare. Scopersi che molte persone l’amavano come l’amavo io; non solo in Italia ma anche in diversi Paesi del mondo. Fui invitata a Carpi dove le persone che l’avevano conosciuta parlavano di lei con una ammirazione ed un amore che mi affascinarono. Albertina era morta da trent’anni e suscitava ancora nelle persone sentimenti così vivi e traboccanti di gioia! Ero sorpresa, ma più ancora ero felice e piena di luce. Capii ancora una volta il privilegio che Dio mi aveva accordato avendomela fatta conoscere. La testimonianza della sua vita mi sembrava un prodigio; avrei voluto ritornare indietro per vederla e conoscerla ancora. Riprese con lei un colloquio quasi ininterrotto; ogni qualvolta incontravo un percorso rischioso, una scelta importante da fare, una grazia da ottenere mi rivolgevo alla sua intercessione. La sua “Parola di vita”: «Portate i pesi gli uni degli altri» la scoprivo vera e fruttuosa; Albertina non poteva non ottenere ora ciò che tanto generosamente aveva fatto in vita.

Riporto, fra le molte che ho fatto, due esperienze molto significative. Tempo fa ho vissuto un periodo di buio quasi totale riguardo alla mia scelta di Dio e anche nei confronti delle persone che potevano rappresentarmi la volontà di Dio nell’ambito del Movimento di cui faccio parte. Ero oppressa da un malessere interiore ed ero decisa a mollare i miei impegni; mi pareva non valesse la pena vivere in un atteggiamento che ritenevo di sottomissione e di libertà soggiogata. Mi dava fastidio persino sentir-mi amata, lo ritenevo un rapporto condizionato dall’intento di ottenere qualcosa, una risposta da parte mia. Mi rivolgevo spesso ad Albertina che stimavo moltissimo per la sua vita di fedeltà mantenuta fino alla morte. Le chiedevo di aiutarmi. Ho vissuto in questo crogiolo qualche anno. Una voce dentro sembrava dirmi: aspetta domani, non mollare oggi, fino a domani ce la fai. Con questo stato d’animo, un giorno dietro l’altro, dicevo il mio sì ad una realtà che non mi attraeva più.

Un giorno, un lunghissimo giorno perché non so quando sia iniziato, mi sono trovata nuovamente libera, quasi non fosse accaduto niente. Ero più matura, più consapevole; più cosciente dei miei limiti e della grazia immensa che Dio mi aveva fatto chiamandomi a seguirlo per la strada dell’unità e dell’amore. Albertina ha portato assieme a me questo peso finché sono stata in grado di ridire il mio sì con generosità. Ritornando all’innamoramento iniziale.

Qualche mese fa, nel 2007, un giovane universitario, nipote di una mia carissima amica, ha avuto un gravissimo incidente: cadendo da una impalcatura aveva riportato gravi traumi interni e la lesione della colonna vertebrale. Venne ospedalizzato nel reparto di rianimazione e si temeva per la sua vita. Dopo qualche giorno, quando le lesioni interne andavano via via migliorando, fu tentato un intervento alla colonna vertebrale per via addominale. Non era possibile infatti per le sue condizioni, farlo in altro modo. La metà inferiore del suo corpo era paralizzata. Quando avvenne l’incidente, conoscendo il grande affetto che la mia amica nutriva per suo nipote, chiesi ad Albertina di intercedere per la sua ripresa. Sapevo di chiedere un miracolo, ma l’ho fatto con la grande fede che avevo in cuore. Passarono un paio di mesi e questo giovane cominciava a riprendere gradatamente le sue funzioni, e già questo risultato dava tanta gioia. Tuttavia rimaneva il problema delle gambe che non si muovevano. Rinnovavo continuamente a Dio e ad Albertina la mia preghiera e le notizie miglioravano ogni volta. A fine gennaio 2008 ho incontrato la mia amica e con trepidazione le ho chiesto come stava il nipote. Lei felicissima (è anche medico) mi ha risposto che aveva ripreso a camminare, prima con molta difficoltà poi sempre meglio. Mi ha detto: «È un miracolo, sono state le preghiere di molti!» Ho ringraziato Albertina perché a lei avevo chiesto di intercedere e poi ho detto a Dio: «Sei grande, sei grande». Qualche giorno fa l’ho rivista e mi ha confermato: «Mio nipote sta bene, sta bene!»

Un parto con… Albertina

Magali Bourgeois

Magali Bourgeois

Magali Bourgeois O’ Louasa _ Farmacista specializzata per l’industria farmaceutica in Francia e Spagna; attualmente vive in Francia. Nella foto: Magali Bourgeois col marito e i quattro figli.

Ero incinta di due mesi e mezzo quando il ginecologo, visitandomi, disse che avrei dovuto restare sdraiata a letto giorno e notte per non rischiare di perdere il bambino che portavo in grembo. Siccome però avevo due figli rispettivamente di due anni e mezzo e un anno da accudire, oltre a mio marito continuamente in viaggio per lavoro, decisi, d’accordo con lui, di trasferirmi da mia madre a seicento chilometri di distanza. Mio marito sarebbe venuto a trovarmi ogni fine settimana. Durante questo mio soggiorno venni a conoscenza del libro-biografia di Albertina Violi Zirondoli e ogni mattina a colazione commentavamo con mia madre la vita di questa donna che giorno dopo giorno venivamo scoprendo nei suoi vari aspetti di sposa, di madre, di insegnante. Col passare dei mesi l’incontro con lei – perché di un vero incontro si è trattato – si è trasformato in un rapporto continuo che illuminava la mia giornata. Il momento della colazione, che a volte durava a lungo per la comunione d’anima che la lettura del testo invitava a fare, era diventato il più atteso e il più importante, il punto di riferimento dei miei pensieri e delle mie azioni. Verso il quinto mese, un’ecografia che in precedenza aveva fatto diagnosticare che il nascituro sarebbe stato di sesso maschile sembrò orientare la diagnosi verso il femminile e il ginecologo parlò di “sesso indeterminato”. Di una persona insomma non chiaramente definita! Tornai a casa in lacrime e i miei genitori si strinsero attorno a me. Affidammo tutto a Maria e ad Albertina e grazie anche al loro amore trovai la forza di accettare il bambino comunque sarebbe nato. Volevamo soltanto che, una volta venuto al mondo, si sentisse pienamente amato. Ecografie successive confermarono però che senza alcun dubbio si sarebbe trattato di una femminuccia. E così con grande serenità arrivai all’ottavo mese di gravidanza quando il medico, dopo un’ecografia, disse che la bambina era posizionata male e aveva il cordone ombelicale attorcigliato attorno al collo. «Però manca ancora un mese – soggiunse – e tutto può ancora normalizzarsi. In caso contrario sarà un parto molto difficile». Affidai di nuovo tutto ad Albertina e continuai a stare tranquilla. Sennonché, dopo due soli giorni, avvertii che il parto era imminente. Chiesi allora a mio marito di accompagnarmi in clinica e avvertii il ginecologo. Però era domenica e lui era al mare e anche l’anestesista stava finendo il suo turno di guardia. C’era quindi di che preoccuparsi, eppure io mi sentivo tranquilla: stavo con Albertina. Seppi poi che l’anestesista, avendo saputo che ero arrivata in clinica, aveva deciso di fermarsi per assistere al parto (un vero atto d’amore gratuito che interpretai come un dono del Cielo) anche se non c’era più tempo di praticare la peridurale. E dieci minuti più tardi, appena arrivato il ginecologo, senza che sentissi nessun dolore, a parte una piccola contrazione finale, e prima ancora – particolare simpatico! – che il medico e la levatrice avessero il tempo di infilarsi i guanti, Viviane – così l’abbiamo chiamata – è scivolata fra le mani del medico, con il cordone ombelicale girato tre volte (!) attorno al collo fra lo stupore di tutto il personale medico, paramedico e di mio marito che con la valigetta in mano aveva rinunciato a prendere l’aereo per recarsi al lavoro. Difficile a credersi, ma fra tutti c’era un’atmosfera molto serena e senza alcuna tensione. Forse un parto così facile si può spiegare anche scientificamente ma per me la pace che provavo e che si trasmetteva alle persone attorno aveva una sola spiegazione: l’aiuto di Albertina, a cui mi ero affidata!

Albertina, una compagna di viaggio

Ramon Cerviño

Ramon Cerviño

Ramon Cerviño – Sposato, padre di cinque figli, responsabile nel settore della Sanità nella città di Cordoba (Argentina).
Ho conosciuto Albertina la prima volta nel lontano 1968 a Loppiano, ma l’ho conosciuta in modo molto forte nel 1977. Mentre tornavo a casa a Tucuman, in Argentina, fui arrestato perché sospettato di essere un “guerrigliero”, e subito legato, imbavagliato e bendato fui sottoposto alla tortura delle scosse elettriche, con la prospettiva certa di finire come migliaia di “desaparecidos” dei quali non si sa più nulla. In quel momento sentii la presenza di Albertina che mi “diceva” di non aver paura e che lei mi era vicina perché io riuscissi ad amare quel Gesù abbandonato che avevamo scelto. Siccome i miei torturatori volevano sapere da me cose e nomi che io non conoscevo, le torture si ripeterono per trenta giorni e sempre la presenza di Albertina mi aiutò a sopportare il dolore e anche ad amare i miei torturatori. Da quel momento – un lungo momento durato trenta giorni! – la presenza di Albertina, una presenza calda, amorevole, materna non mi ha lasciato più e si è manifestata di continuo come una compagna di viaggio, specialmente nei momenti più importanti della vita. Potrei fare tanti esempi: quando morì per un incidente uno dei miei figli, oppure quando persi, sempre per un incidente, il mio amico più caro, con il quale stavamo mettendo in piedi un progetto a favore dell’Economia di Comunione. Con queste persone e con altre che ci hanno lasciato, in particolare con alcuni, il rapporto è rimasto comunque vivo. Ed è logico, perché siamo membra dello stesso corpo mistico. Certo, se io cercassi di esprimere a parole questa esperienza, ho l’impressione che tutto si rimpicciolirebbe, invece per me nella vita di ogni giorno sono cose preziose, importanti, sostanziose. Quando Albertina era viva, per me era un esempio da imitare e un modello a cui conformarmi, ma ora è diventata come la stella che guida i Re magi e di tanto in tanto appare per indicare dov’è Gesù. Non sono sempre esperienze straordinarie come quella del 1977, quando sopravvissi alle torture. C’è tuttavia una logica anche in questo: perfino in una famiglia talvolta la madre si occupa dei suoi figli nelle piccole cose, anche quando sembra che non faccia nulla. È invece sempre pronta, quando è necessario, a dirmi: «Attento Ramon!» Come accadde nell’ottobre 2006, quando il direttore medico di una clinica che dà lavoro a un gruppo di persone mi chiese di parlare a una farmacista che aveva una figlia di 28 anni in grave difficoltà. Io non volevo perché la cosa si presentava difficile e mi pareva non fosse di mia competenza. Non conoscevo infatti nessuno degli interessati e inoltre si trattava di una ragazza in crisi con il suo ragazzo. Ma il volto sorridente di Albertina mi convinse a dire di sì. Il primo incontro durò più di tre ore alla presenza di più persone e fu quasi come se fossimo in un confessionale. Non facevo che ascoltare, ma Albertina era là, sorridente; poi ci siamo trovati altre volte e sempre con me “c’era” Albertina. A poco a poco la situazione cambiò, ci siamo incontrati più spesso, ogni tanto la ragazza mi mandava un messaggio col cellulare: «Ramon aiutami, non voglio disturbarti, ma in te trovo sollievo e la risposta di cui ho bisogno». Attualmente la situazione è cambiata: la ragazza è tranquilla, lavora e si sta avvicinando a Dio. La sua vita adesso ha un senso. Albertina mi ha dato la spinta iniziale e ora ho chiesto a lei di prendersi cura di questa ragazza come di una figlia. Ancora una volta nel marzo 2008, mentre stavo andando al lavoro per trattare di una situazione molto difficile relativa ai rapporti fra due ditte, di una delle quali io stesso sono un socio, in conflitto tra loro per l’affitto di un locale strategico che entrambe si contendevano, avevo forte l’impressione che Albertina fosse al mio fianco e le chiesi di “pensare” a questa situazione. Solo dopo aver affidato tutto a lei, mi decisi a entrare nella mischia. L’incontro fu piuttosto lungo, coinvolse tante persone, con tanti punti di vista, ci furono tante telefonate. Io non ho quasi mai parlato. Alla fine della giornata, però, dopo decine di proposte e di controproposte, il presidente della mia ditta prese una decisione condivisa da tutti. Quando uno dei responsabili mi ha chiesto cosa avessi fatto per convincere il presidente – in realtà avevo quasi sempre taciuto –, gli ho raccontato di Albertina!

L’incontro con Albertina mi ha cambiata e mi ha guarita

Luigia Ciprì

Luigia Ciprì

Luigia Ciprì – Sposata, madre di due figlie. Attualmente ispettore di polizia municipale.

Il mio “incontro” con Albertina Violi Zirondoli è avvenuto nel Natale 2001 attraverso il libro Albertina – una storia
che continua che un mio cugino mi diede da leggere. Stavo allora attraversando un momento molto difficile dal punto di vista fisico. Ero infatti stata operata il 4 ottobre per “cancro delle ovaie e carcinosi peritoneale diffusa” e avevo iniziato subito dopo una chemioterapia di prima linea (6 infusioni di 3 giorni l’una, ogni 21 giorni). Alla fine di questo ciclo avrei dovuto fare un altro intervento chiamato “look” per completare ciò che nella prima operazione non era stato possibile fare. Ma sull’esito dell’intervento i medici non erano affatto ottimisti. Tutti i miei parenti conoscevano la gravità della situazione ma a me non avevano detto nulla. Tutti però pregavano e mi stavano molto vicini. In questo contesto si pone anche la proposta che mi fece mio cugino di conoscere la vita di Albertina, di cui lui aveva una grandissima stima. La lettura della sua biografia fu una scoperta! Già guardando le foto riportate nel libro, mi sembrò trattarsi di una persona che conoscevo, direi di famiglia. Inoltre sperimentavo una grande pace e un ottimismo che né i medici né i miei familiari sapevano spiegare. Io stessa notavo un cambiamento nel modo di vedere le cose e di rapportami con gli altri. Prima ero introversa, non frequentavo volentieri le persone né i luoghi affollati (pizzerie, cinema, concerti), non uscivo sola, stavo sempre “appiccicata” a mio marito. Ora tutto l’opposto. Sono un’altra persona. E questo non l’hanno fatto i medici, l’ha fatto Albertina! Anche il mio modo di pregare si è trasformato. Prima, a causa di difficoltà in famiglia, non riuscivo a dire: «mamma» né a mia madre né alla Madonna. Ora chiamare Albertina con il nome di mamma e dire: «Mamma» alla Madonna mi diventava spontaneo. Quelli che mi conoscevano e soprattutto i miei familiari (marito, fratelli, suocera) non si spiegavano questa mia nuova vita e questa serenità più forte delle loro preoccupazioni. Ma io, che ormai conoscevo tutta la verità circa la mia malattia, ero certa che sarei guarita. E lo dicevo a tutti. Intanto venne il 16 aprile 2002, giorno fissato per il secondo intervento, un intervento che durò 15 ore, durante il quale, oltre all’asportazione totale o parziale di alcuni organi, mi fu praticato un chemiolavaggio ipertermico intraperitoneale. E dopo 10 giorni fui dimessa come guarita e tornai a casa. Ma la guarigione “vera” era avvenuta prima! Attualmente ho ripreso a lavorare (sono ispettore di polizia municipale e faccio accertamenti socio-economici per coloro che chiedono un contributo alloggiativo o per quelli che occupano case abusive). Un lavoro pesante e sotto alcuni aspetti difficile. Mi sono iscritta di nuovo all’Università per un corso di laurea in giurisprudenza (già sono laureata in lettere), mi sposto da sola in macchina ogni giorno e faccio una vita “più vita” di prima.

Sono andata anche a Loppiano dov’è sepolta Albertina. Sentivo il bisogno di ringraziarla. In questi ultimi anni vi sono tornata più volte. L’impressione che provo è sempre fortissima. La frase: «Portate i pesi gli uni degli altri», che nella biografia di Albertina e sulla lapide della sua tomba è riportata come caratteristica della sua vita, mi è entrata dentro e mi aiuta a vedere persone e cose con occhi nuovi. E mi dà continuamente una nuova spinta a credere, a sperare, soprattutto ad amare in particolare nell’ambito del mio lavoro, dove cerco di creare con i miei colleghi un dialogo intessuto di benevolenza, di pazienza, di generosità. Sull’esempio di Albertina. E molti cambiano!

Cultura ed arte per Albertina

Rosanna Zelocchi

Rosanna Zelocchi – Pittrice.

Sono nata a Carpi nel 1935. Fin da bambina, ancora alle elementari, avevo mostrato una spiccata inclinazione per il disegno. Alla scuola media, la professoressa non poteva darmi più di dieci! Dopo qualche anno però, quando venne a trovarmi a Carpi, sicura che fossi studentessa alla scuola d’arte, restò delusa. Purtroppo mia madre vedova con cinque figli di cui due ancora piccoli, non aveva potuto aiutarmi: la mia era una famiglia di commercianti, l’arte era ritenuta una professione “sospetta”, la scuola d’arte (specialmente per una ragazza!) assolutamente controindicata. Dato che riuscivo bene anche nelle altre materie, scelsero per me le magistrali. Passai poi all’Università di Bologna; dopo la laurea, invitata a restare nell’Istituto d’inglese, vi rimasi per sette anni con vari soggiorni in Inghilterra e negli Stati Uniti. Lasciata l’Università negli anni della contestazione, ho fatto ritorno a Carpi, dove ho insegnato inglese in varie scuole. Dopo essermi ritirata dalla scuola, ho ritrovato il ricordo delle persone che nella mia prima giovinezza mi avevano incoraggiato a coltivare il talento dell’espressione artistica, dono del Signore che era mia responsabilità mettere a frutto. Fra queste, decisivo per me era stato l’incontro con la maestra Albertina, che avevo conosciuto quando avevo circa vent’anni attraverso mio fratello maggiore compagno di studi di suo figlio. La sua figura, a tanti anni di distanza dal mio incontro con lei e a più di trent’anni dalla sua scomparsa, è ancora molto viva nella mia memoria; con la riscoperta della fede, che attribuisco con assoluta certezza alle sue preghiere («Prego per lei come per uno dei miei cari», mi aveva scritto mentre mi trovavo per motivi di studio presso un’Università americana), Albertina mi ha comunicato un forte incoraggiamento a valorizzare anzitutto il senso della mia dignità di persona, in particolare della mia dignità di donna, dignità che sentivo poco ricono-sciuta sia nel mio ambiente familiare che nell’ambiente universitario. Quanto alla mia inclinazione per il disegno e la pittura, la credevo ormai sepolta per sempre e dato che nessuno intorno a me sembrava attribuirvi qualche importanza, avevo finito io stessa con il non pensarci più. Ma quando, trent’anni dopo la sua “partenza”, Albertina è “tornata” a Carpi in tutta la ricchezza della sua vita attraverso la presentazione della sua biografia, alla presenza del Vescovo, delle autorità comunali e di molti testimoni, l’incontro che avevo avuto con lei tanti anni prima ha cominciato a maturare quei frutti che erano germinati dall’intelligenza e dalla bontà eccezionali con cui mi aveva accolto in quel passato ora ritornato presente. Ma come avrà fatto Albertina a vedere nella mia personalità ancora informe di allora, ragazza di neanche vent’anni, tutto quel desiderio di bene, di bellezza e di verità che mi premeva dentro senza che quasi io lo sapessi? Non lo so proprio, ma lei l’ha visto e mi ha incoraggiato a “tirarlo fuori”! Quando ho lasciato la scuola, alla fine degli anni Settanta, lei era già partita per il Paradiso; la mia vita sembrava ormai chiusa in un paese di provincia, nella cerchia ristretta della mia famiglia, nella cura della casa e del giardino. Ma l’incontro con Albertina era rimasto dentro di me, soprattutto come un impegno forte a non lasciar morire quel tesoro che lei mi aveva comunicato. E non posso dimenticare quanto Albertina mi abbia aiutato a sviluppare la mia intelligenza, il mio amore per la cultura, e, in particolare, ad esprimere finalmente dopo tanto tempo quella mia passione per l’arte, così trascurata dall’ambiente borghese in cui vivevo. Davvero non ricordo che lei mi abbia fatto alcun discorso sulla promozione della donna, anche se poi ho saputo, ma solo dopo la sua partenza da questo mondo, quanto si sia adoperata a favore delle donne nella nostra città: per ragazzine costrette a lasciare la scuola per il lavoro dei campi, per fare le mondariso, le operaie in fabbrica, o le madri angustiate da problemi di famiglia… È stato soltanto con il “ritorno” a Carpi di Albertina, portata di nuovo tra noi dalla riscoperta del tanto bene da lei compiuto, che ho potuto capire meglio quanto le dovevo per la promozione umana, cristiana e anche artistica di tutta la mia vita. Da allora la presenza di Albertina si fa di giorno in giorno per me sempre più viva ed efficace. Grazie a quella fiducia che Albertina ha saputo donarmi nelle mie capacità, sono diventata una donna che si realizza nella propria arte, ma soprattutto una cristiana che vuole esprimere anche nell’arte la fede ritrovata con il suo aiuto e tenuta viva momento per momento dal suo ricordo e dalla sua presenza. Quando dipingo, la sento particolarmente vicina. Oso dire di più: bisognosa come sono di consiglio anche a livello tecnico, la interrogo a volte perché mi suggerisca lei la tonalità giusta, la correzione di qualche particolare, la soluzione di qualche problema compositivo; e lei, dotata di una riconosciuta sensibilità artistica, lei che ha dato prova di tanta pazienza nell’insegna-mento e nella vita, mi comunica subito qualcosa di questa sua virtù, specialmente la costanza di provare e riprovare senza scoraggiarmi, di metterci tutto il mio impegno … e alla fine, ecco che trovo la soluzione soddisfacente! Grazie, Albertina! Per esprimerti la mia riconoscenza ho dipinto per te alcuni ritratti che ti raffigurano in momenti per me particolarmente significativi, e ti ho anche dedicato mostre personali e collettive, oltre che vari scritti e poesie.

Ho conosciuto Albertina in Africa

Charles Besigye - Uganda

Charles Besigye – Uganda

Charles Besigye – Uganda

Ho sentito parlare di Alberti-na per la prima volta in Africa, a Nairobi dove ho studiato e insegnato.
Si parlava di una donna eccezionale, madre di un figlio allora corresponsabile della cittadella di Loppiano in Italia, che amava tutte le persone che incontrava come amava suo figlio. Questa cosa mi incuriosì. «Come è possibile questo?», mi dissi. Più tardi un altro focolarino, sempre a Nairobi, mi disse la stessa cosa di lei e mi parlò della sua figura sorridente, amorevole, distinta, sempre pronta ad accogliere tutti. La mia curiosità si trasformò allora in desiderio di conoscere questa persona deceduta da più di trent’anni, ma della quale tutti parlavano come se fosse viva. Arrivato a Loppiano per il biennio di formazione dei focolarini, mi recai subito al camposanto dove è sepolta e rimasi molto colpito dalla sua foto e dalla frase della Scrittura che è riportata sulla sua lapide: «Portate i pesi gli uni degli altri». E stranamente sentii che questa frase dovevo farla mia e metterla in pratica. Contemporaneamente sentii il desiderio di conoscere le perso¬
21 Insegnante di storia in Kenya.
ne che avevano avuto contatto con lei durante la sua vita. E a Loppiano erano tanti: giovani, ragazze, famiglie. Lessi subito il libro-biografia Albertina – Una storia che continua che mi fece conoscere tanti aspetti della sua vita che non conoscevo, scoprii che era insegnante come lo sono io, e fui colpito dalla frase con la quale si conclude il libro: «… e la storia continua». Questa continuazione vedevo che già stava avvenendo in me e in altri attorno a me, specialmente quando mettevano in pratica la frase della Scrittura: «Portate i pesi gli uni degli altri». Sentivo che la mia giornata cambiava, era sempre piena e i vari incarichi che mi venivano affidati erano come illuminati da una presenza mariana che mi rendeva possibile eseguirli. Ricordo in particolare il giorno che precedette la mia consacrazione a Dio. Per me era un grosso peso, perché non mi sentivo all’altezza, eppure affidandomi a lei il peso è sparito. E ancora quando – essendomi fermato a Loppiano, dove vivo da cinque anni –, mi diedero la responsabilità di un focolare; mi sentivo incapace e impreparato, ma pensando alla sua vita e al modo con cui Albertina assumeva ogni dolore e ogni difficoltà e le trasformava in amore, ho sempre visto che le difficoltà si superavano. In particolare ricordo due giovani di passaggio a Loppiano che, affascinati dal clima spirituale che vi si respirava, avevano chiesto e ottenuto di fermarsi per qualche tempo. In tempi diversi chiesero di parlarmi; intuii subito che entrambi avevano un grosso problema e questo peso li bloccava a tal punto che non riuscivano ad integrarsi in un ambiente dove la comunione è d’obbligo. «Qui ci vorrebbe Albertina – dissi a me stesso –, la sua capacià di accogliere, di ascoltare, di fare silenzio di fronte all’interlocutore e il suo amore di madre. Questo ci vorrebbe! Ma io sono un giovane. Come fare?»
Mi ricordai però che Albertina aveva detto un giorno: «Occorre un amore che può avere chi, avendo dato tutto a Dio, sul modello di Maria, partecipa in qualche modo della maternità di Lei». E quel “chi” comprendeva anche me, che avevo dato tutto a Dio sul modello di Maria e di Albertina. Cominciai allora i colloqui. Non fu facile fare quel silenzio, perché dovevo continuamente scacciare la tentazione di intervenire dando soluzioni che per me erano evidenti, ma alla fine dei colloqui mi sentii trasformato e l’altro si aprì completamente. E questo avvenne per entrambi i giovani. Dall’unità che nacque con entrambi, venne fuori anche la soluzione al problema che li bloccava e in più si creò con ciascuno un rapporto così bello e pieno che mi fece sentire loro padre, fratello, amico. Questo rapporto dura anche ora che sono entrambi partiti ciascuno per il proprio Paese per regolarizzare le situazioni che prima avevano tenute nascoste.
Di Albertina insegnante venni a sapere tante cose da un Congresso che si svolse a Firenze sul suo metodo educativo. Io non potei partecipare, ma mi procurai gli Atti che furono una rivelazione e una conferma che, anche nell’insegnamento (professione che eserciterò quando lascerò Loppiano) l’amore di una mamma vince sempre. Una cosa del suo metodo educativo mi aveva colpito in particolare: di fronte ad un errore o a una mancanza di uno scolaro lei non si inquietava, non alzava la voce, ma diventava seria, prendeva su di sé l’errore, ne soffriva e questo era efficace per gli studenti più di ogni rimprovero o punizione. Il 5 novembre 2005 ebbe luogo, nel Santuario della Cittadella di Loppiano, una solenne Concelebrazione per rendere pubblico l’inizio del processo di beatificazione di Albertina. Era un altro modo per farla conoscere attraverso le testimonianze dei vescovi concelebranti e dei testimoni che hanno parlato. Mi sembrava che Maria nel suo Santuario presentasse alla comunità questa sua figlia che diventava ora universale. Ed era anche un segno di questa storia che continua, cioè della vita di Albertina che ora anche la Chiesa riconosce imitabile e Serva di Dio. Quindi – mi sono detto – se lo dice la Chiesa posso farlo anch’io, sempre di più e sempre meglio, e portare Albertina con me dovunque andrò, in Africa che ha tanto bisogno di una madre, e nella scuola dove c’è necessità di esempi e di modelli.

About Luca Tamburelli

Sposato e padre di fue figli, vivo in Francia, a Annonay, presso Lione. Sono amico di Maras e di moltissimi suoi amici.