Magnifica testimonianza del regista Fernando Muraca, focolarino sposato

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Il regista Fernando Muraca

Il regista Fernando Muraca

La testimonianza del regista Fernando Muraca, focolarino sposato, autore, tra le altre, delle due premiate opere cinematografiche:

  1. Duns Scoto, un film del 2010 diretto e sceneggiato da Fernando Muraca e interpretato da Adriano Braidotti che ha vinto Il Mirabile Dictu – International Catholic Film Festival del 2011. Il film pone in risalto le doti umane e di fede del grande francescano scozzese senza trascurare la sua profondità di pensiero (si puo’ acquistare online sulla Libreria del Santo, cliccare qui) e altri siti, cercare su Google.
  2. “È tempo di cambiare,” pellicola adottata da molti docenti come esempio di moralità e giustizia,  in molti istituti della regione Calabria.

Ringrazio di cuore Fernando Muraca, e, onoratissimo per tutti coloro che hanno collaborato a questo blog, pubblico integralmente la sua testimonianza.

“Alla fine degli anni ’90 ho conosciuto Maras perché venne a chiedermi aiuto per realizzare un film sul suo amico Piero Pasolini.
Istintivamente gli dissi di sì perché mi resi conto che il suo amore per Chiara e per l’Opera lo avevano aiutato ad essere completamente donato a Dio. SI VEDEVA E SI SENTIVA. Ma sarebbe riduttivo dire solo questo. Maras è stato per me colui che fra i primi popi che ho avuto modo di conoscere, ha rappresentato il maggiore esempio di umiltà, intelligenza, capacità di ascolto, formazione culturale, curiosità e apertura verso l’umanità. Non a caso mi chiese di lavorare su Piero Pasolini. Avevano conosciuto l’Ideale nello stesso periodo (1949) ed erano amici con una pienezza di umanità, con un cuore di carne che fa capire come l’Ideale possa integrare e sviluppare i sentimenti umani alimentandoli secondo il disegno di Dio. Entrambi, a causa della loro formazione professionale in cui si era innestato l’Ideale, avevano un amore per l’umanità privo di pregiudizi e in loro, l’atteggiamento pedagogico dei primi tempi dell’Ideale, veniva ampiamente e precocemente superato per il fatto che avevano capito profondamente quanto Chiara desiderava dai popi e cioè di vedere in essa, nell’umanità, GA (= Gesù Abbandonato). Per questo Piero e Maras amavano senza distinzione tutti con spirito di servizio ma senza annullare le loro facoltà, la loro intelligenza ma capitalizzando questi talenti per rendere un servizio più accurato, più umile, concreto.

Maras non insegnava, amava. Per mezzo suo io mi sono sentito per la prima volta associato a quell'”anima” nata nel ’49 non come uno che viene accolto, un ospite, un discepolo, uno arrivato dopo, ma parte integrante, figlio. Dal 1999 fino alla sua partenza per il cielo siamo rimasti molto legati con una fraternità che è difficile spiegare. Un rapporto che lui era riuscito a stabilire con me nei termini dell’uguaglianza. Ci sono stati periodi in cui passavo intere giornate nel suo focolare un po’ per lavorare su Piero un po’ perché avvertivo che voleva passarmi la sua bandiera. Una volta ci trovammo in un albergo in Emilia Romagna dove eravamo andati a sostenere una manifestazione su Piero Pasolini e siamo rimasti tutta la notte seduti uno di fronte all’altro. Mi ha raccontato tutta la sua storia, particolari intimi della vita dell’Opera, alcuni suoi dialoghi personali con Chiara su questioni molto delicate, e lì più che mai ho potuto toccare con mano con quanto disinteresse, generosità e coraggio aveva seguito Chiara e il carisma.

Mentre gli anni passavano mi sono sempre più reso conto, attraverso la profonda comunione che mi donava sempre, che non è possibile capire Maras se non lo si pensa insieme a sua madre Albertina. Certo sono due persone distinte, ognuna con il suo disegno, eppure il legame fra le loro storie è così forte che è impossibile non legarle insieme. Non è solo la maternità naturale di Albertina verso il figlio ma uno scambio, un amore fra di loro nel quale c’era la presenza di Gesù. Si dovrebbe desiderare per loro un processo di canonizzazione congiunto perché la loro donazione a Dio si è sviluppata uno nell’altro e uno dall’altro. Maras era un uomo libero perché aveva donato tutto, e per questo, considerava perfino le eventuali incomprensioni come indispensabili umiliazioni per la sua anima, amore per lui. Per lui erano un volto di GA, una Persona da amare. Maras è un colosso, un uomo da cui si poteva veder trasparire l’Amore di Dio, che lui era capace di farti vedere come tale, sparendo, e per questo mi è stato possibile stargli vicino negli ultimi anni senza sentirmi inferiore a lui. La sua amicizia mi ha insegnato fino a che punto si può amare e sostenere le persone con cui si condivide il cammino: nella verità, senza senso di subordinazione e fino a dare la vita per loro imitando l’esempio di Cristo.

Ha vissuto la sua malattia fisica con grande dignità, con naturalezza, senza lamentarsi nonostante fosse una malattia dolorosa. Ne ha informato senza spaventare e avendo cura di non mettersi al centro dell’attenzione. Un’altra caratterista di Maras è stata la sua capacità di riconoscere la bellezza nella natura e, in modo profondissimo, nelle opere d’arte.

Attraverso di esse egli ha raccontato a tutti quelli che ha incontrato nella sua vita, Dio in quanto bellezza ma senza mai strumentalizzare né l’arte né gli artisti neanche per i fini più nobili. Sapeva mettersi in contemplazione della bellezza e il suo riconoscerla coincideva con l’aiutare gli altri a ri-conoscerla. Aveva in cuore l’idea che si può veramente arrivare a Dio attraverso la bellezza e quando è stato responsabile delle scuole di formazione l’arte è stata presente nella vita dei giovani che vivevano con lui uno dei periodi più importanti della loro vita. Una parte costitutiva della formazione dei focolarini.

Per questo non mi verebbe da dire che era un uomo buono (e lo era), un uomo pieno di virtù (e le possedeva) ma un uomo la cui vità è stata bella, bellissima… Questa sua attenzione per l’arte lo ha aiutato molto a riconoscere il valore di tutte le cose e a mettere in luce, conservare, preservare ciò che riconosceva di buono in tutti quelli che incontrava.

Penso per questo volle che mi facessi copia di tutto il patrimonio lasciato da Piero Pasolini perché secondo lui era un valore che andava messo in luce. Dopo la realizzazione del documentario su Piero, finito nel 2000, mi chiese di scrivere anche il copione di un film di finzione su Pasolini, di cui lesse tutte le versioni, anche se sapeva che difficilmente si sarebbe realizzato mentre lui era vivo. Questo mette in luce un’altra dote tipica di Maras: la Speranza, la fiducia nella Provvidenza. Sapeva che i piani di Dio hanno i loro tempi che spesso non coincidono con i nostri ma, nonostante questo, spendeva le sue migliori energie anche per seminare quello che non sarebbe stato lui a raccogliere.

Io mi affido spesso a Maras che vedo come un modello da imitare nella sua interezza. Ha vissuto pienamente la sua epoca, la fondazione dell’Opera, dando un contributo straordinario, ma nella prassi della sua vita, nel suo atteggiamento nei confronti dell’esistenza e degli uomini, la sua figura è coerente, simbolica, imitabile anche nel presente. E’ stato un grande pedagogo ma la natura del suo essere con gli altri è andata ben oltre l’atteggiamento pedagogico che suppone differenze di livello fra l’insegnante e il discente. Tutto quello che faceva e diceva lasciava intendere che siamo tutti ugali davanti a Dio, fratelli, amici. Per questo nutro verso di lui un enorme senso di riconoscenza perché posso vedere rappresentato, in qualcuno che nella pienezza delle sue facoltà e talenti (ed erano tanti) praticava gli insegnamenti di Chiara, un uomo realizzato, donato, intero. La figura di Maras mi dà la fiducia necessaria per riuscire anche nei momenti difficili a credere che seguendo l’Ideale di Chiara si possa essere uomini che camminano con gli altri nel loro tempo, “uomo accanto a uomo” come diceva Chiara.”

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