La storia di Eolo Giovannelli – (scritta da Maras) 2a parte

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Igino Giordani con Eolo Giovannelli

Igino Giordani (Foco) con Eolo Giovannelli
durante la Mariapoli a Fiera di Primiero

La solitudine

La paralisi, se da una parte lo immobilizzava a letto, dall’altra lo isolava dagli uomini: la disgrazia perciò era duplice, e colpiva corpo e spirito. Egli reagiva come poteva, quando non cadeva prostrato per ore e per   giorni in un’atonia   desolata. Ma di natura era un essere vivace, attivo, dalle risorse inesauribili. Prese quindi a reagire, nei momenti migliori, costruendosi un’esistenza tra fittizia e personale, mutando la camera angusta in una sorta di biblioteca e di arsenale, di stanza di ritrovo e di dormitorio. Prese a sistemare a ogni canto tante cose: libri, giornali, radio, sedie, oltre a un tavolo, un letto, una collezione di cartoline illustrate, una di francobolli…; lasciò ben poco spazio per circolare.

E tuttavia, la stanza, pur così ingombra, rimase paurosamente vuota. Nelle lunghe ore di solitudine, quando si era stancato di incollar francobolli, di leggere libri, d’ascoltare la radio, si ritrovava solo, davanti a sé, alla propria sciagura irreparabile, alla propria sconfitta, senza speranze. E si disperava. Così, mentre la paralisi lo immobilizzava, la solitudine lo sbatteva contro le pareti d’una roccia, fra le dune d’un deserto, in mezzo alle onde d’un mare, senza una fine e senza un confine.

Qualcuno veniva a visitarlo: ma si capiva che veniva per un atto di compassione: ed Eolo si ribellava a quel compatimento, che gli accresceva il senso dell’impotenza; e tanto più si ribellava quanto più i visitatori finivano col fargli intendere che egli versava in uno stato di minorità e di miseria senza paragoni. Sì che Eolo, pur se rispondeva ai loro saluti e pronunziava qualche monosillabo di convenienza, subito, anche sotto i loro occhi, ricadeva nel gorgo della propria solitudine: lui con sé stesso, la sua intelligenza sveglia e quel corpo morto: e si guardava come se guardasse un cadavere, la spoglia di un altro, la cui compagnia inseparabile diveniva la sua condanna.

Ormai non piangeva più: le lacrime gli s’erano, nel cuore, pietrificate; nella zona della desolazione calava il freddo, e il pensiero vi circolava, sperduto, come in un pianoro polare.

Non è da sorprendersi se chi lo avvicinava lo trovasse distratto, se non pure ostile. Vicino a casa sua dimorava un altro disgraziato: un operaio a cui era stata amputata una gamba. Egli volle far visita a Eolo: credeva che la comunanza nella sciagura avrebbe potuto svegliare una comunanza di affetti: e ne aveva bisogno, perché anche lui era solo. Però, sin dalla prima visita, si sentì accolto con una freddezza glaciale. Se lui parlava, Eolo seguitava a leggere o a scrivere e non gli rispondeva. Alla fine l’operaio indignato e deluso decise di non andarci più, da Eolo: e così fece. Non ci andò, neppure quando, alcuni anni dopo, gli dissero che Eolo desiderava d’incontrarlo.

Chi è stato immobilizzato per una lunga degenza ospedaliera, sa quale grave colata di tedio, di desolazione, sia il tempo lento a passare. Una persona attiva, destinata a stare solo qualche giorno nell’immobilità, patisce sofferenze allucinanti. Ed Eolo stette non giorni, ma anni, con la coscienza di dover rimanere tutta la vita, fissato, come una suppellettile o un soprammobile, a un divano, volgendo alla finestra lo sguardo per invocare indarno un più rapido scorrere del tempo, che pareva, anch’esso impietrito.

Maras con il dott. Enrico Cavallini (a sinistra)

Maras con il dott. Cavallini nel suo
periodo a Pisa

L appello ai lontani

Nella noia di quella immobilità in una stanzetta povera, senza distrazioni, per distrarsi intensificò la lettura, vi aggiunse lo studio del francese e si accanì a collezionare cartoline e francobolli. Per l’intervento di persone buone, ottenne nel 1950 di fare un viaggio a Roma, e fu come se lo schiodassero dal patibolo. Nella città eterna ciò che più lo colpì fu la visita alle basiliche di san Paolo e di san Pietro. Soprattutto san Pietro gli lasciò un ricordo indelebile. La sua anima cominciava a raccogliere le ultime risorse nella direzione dell’Eterno.

Nel 1952, l’Unitalsi lo portò, per la prima volta, a Lourdes: dove egli rimase profondamente impressionato da quel carattere mariale della città e del pellegrinaggio. Non voleva ripiombare nella desolazione plumbea del suo isolamento; e un giorno d’inverno – il 18 febbraio 1953 – scrisse una lettera per la rubrica «Consigli della contessa Clara» alla Settimana Incom: la gittò come un S.O.S. al pubblico ignoto, segnalando la sua situazione. Era la seconda volta che scriveva al giornale; ma questa volta, pur dicendo di mirare solo ad ottenere uno scambio di francobolli per la sua collezione, mosse un vero, lacerante appello alla vita da quel vestibolo di morte dove, nella solitudine e nel dispetto, col cruccio nel cuore, anche l’anima, tra sussulti di disperazione, rischiava di paralizzarsi sotto carichi di fatalismo. La religione, risvegliatasi a Roma e a Lourdes, tornava a immobilizzarsi in quella immobilità stessa del suo corpo.

Chiese dunque amicizie dalla palestra di quel settimanale; e l’Incom pubblicò la lettera e una fotografia. Il documento, sunteggiato, fu riprodotto anche su un giornale italiano di New York, e provocò una pioggia di risposte, almeno 1500, da ragazzi e ragazze. Tra quelle risposte Eolo fece una cernita, consumando tempo e denaro   in una corrispondenza   frenetica.   Frenetica, ma che non gli diede la pace attesa. Era stordimento, non appagamento, anche se si aggrappava al fraseggio amoroso di ragazzette, che cercavano una distrazione anch’esse. Vero è che la madre vigilava, controllando, non vista, la corrispondenza e richiamando al debito di rispetto e di verità tante epistolografe futili, che eccitavano sogni fatui.

Per sua ventura, ancora resisteva, in fondo a quel vocìo silenzioso di chiacchiericcio epistolare  e a  quelle  ondate  di  ribellione e di prostrazione, il pensiero per Gesù, l’amico che non delude: e quante volte il prete glielo recava -e, di solito, lo recava una volta al mese -Eolo ne riceveva gioia; e la stanzetta intasata gli diveniva tempio e il piccolo cuore gli si faceva ciborio: e passava ore silenziose d’adorazione.

La seconda conversione

E Gesù lo premiò. Venne, difatti, un giorno, nella stanza del suo patire, in persona di un fratello, recante l’annunzio atteso.

Fu così: una signorina di Pisa, capitata a far visita ai malati, sostando da lui gli parlò di carità, di unità, di giovani messisi a convivere per realizzare il comandamento nuovo de] Vangelo …: parole nuove, in bocca a una ragazza. Eolo desiderò conoscerli, quei giovani, non fosse altro per fare un altro esperimento. Fu accontentato: subito, in loro nome, si presentò un giovane, che era un medico di Pisa. Narrò Eolo stesso, in una lettera a Città Nuova, l’ultimo anno della sua vita, questo episodio capitale della sua carriera in terra: quasi il corrispettivo e correttivo divino del colpo ignivomo che gli aveva spezzato la spina dorsale.

«Un giorno finalmente conobbi un giovane medico che mi portò alla scoperta di un mondo sconosciuto. Parlava un linguaggio nuovo; parlava d’amore, di Gesù… Come suonavano strane nella mia anima, dapprima, quelle parole! Ma a poco a poco la penetrarono come fasci di luce in un mondo di tenebra.

«Vivevo ora come in un sogno. Mi fece conoscere altri giovani, e in tutti era lo stesso fuoco. Un amore che non permetteva difesa, un amore che si chiamava Amore.

«A poco a poco scoprii che nel dolore è Gesù che viene a noi; – già l’avevo sentito altre volte, ma non l’avevo mai compreso: ora era l’amore che me la metteva nell’anima questa verità – ed io non potei più limitarmi a sopportare soltanto la mia croce: Dio non si sopporta, si ama.

«Ma come amarLo con pienezza, attimo per attimo? Ascoltai le esperienze dei miei nuovi amici e scoprii che “molte sono le mansioni nella casa del Padre”. «Era chiaro: a me Gesù chiedeva di fare l’ammalato, come al medico chiede di esercitare bene la medicina ed al maestro l’insegnamento.

«Tanto semplice e tanto bello! Bello sì, perché quella croce che non avevo mai capita, l’ho scoperta piena di gioia, e gioia di cielo.

«Così ho ritrovato la vita: perché è qui, in questo letto, che Dio mi ha veduto e voluto col suo amore di Padre. Tutto il resto illusione, non mi porterebbe che fuori della Sua volontà. Sento che potrò ritornarGli un po’ di questo amore solo facendo bene la parte che Lui mi chiede. E questa è la mia gioia che il mondo non conosce, è il mio paradiso».

Una   scoperta   dunque: una   rivelazione, che produsse una conversione, – una scelta decisiva, – attraverso la scoperta del dolore associato al dolore di Gesù, fatta al contatto con un fratello, venuto a nome e per amore di Gesù. «A chi mi ama, mi manifesterò», dice il Signore. E questa fu una manifestazione dell’amore.

Prima parte qui. Continua

 

 

 

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About Luca Tamburelli

Sposato e padre di fue figli, vivo in Francia, a Annonay, presso Lione. Sono amico di Maras e di moltissimi suoi amici.

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