8 – Commento al Vangelo: “CRISTO RE”

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Loc. Tracolle (Loppiano)

Località Tracolle (Loppiano)

PREMESSA

Quella che segue è una trascrizione da un commento di Maras al Vangelo del giorno. Si tratta quindi di una trascrizione di un parlato che espressamente non abbiamo voluto cambiare per rispetto dell’autore ben sapendo che al lettore richiederà un supplemento di attenzione. Maras in queste conversazioni, partiva dalle letture del giorno e le commentava direttamente senza nessun altro supporto se non il Vangelo e l’attenzione di chi ascoltava.

“In quel tempo Pilato disse a Gesù: sei tu il Re dei Giudei? Gesù rispose: – Hai pensato tu questa domanda, o qualcuno ti ha detto questo di me? – Pilato rispose: – non sono ebreo, io. Il tuo popolo e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me: che cos’hai fatto? – Gesù rispose: – Il mio Regno non è di questo mondo. Se il mio regno appartenesse a questo mondo, i miei servi avrebbero combattuto per non farmi arrestare dalle autorità giudaiche. Ma il mio regno non appartiene a questo mondo. – Pilato gli disse di nuovo: – Dunque tu sei Re? – Gesù rispose: – Tu lo dici, Io sono Re. Io sono nato e venuto nel mondo per essere un testimone della verità. Chi appartiene alla verità ascolta la mia voce. – ”. Giov. 18, 33-37

Un dramma profondo

Cerchiamo di entrare dentro questa scena, in modo da poter capire anche tutta la profondità di questo dramma che non riguarda solo Gesù e Pilato, ma riguarda il Corpo Mistico di Gesù, quindi tutti i cristiani e il mondo. Il mondo fatto di leggi, di strutture, di tradizioni, buone, ma che non si incontrano.
Pilato non capisce Gesù. Non lo capisce perché gli fa una domanda: “Sei re?” e l’altro gli dice: “Sì, però non di questo mondo”. Cioè, dice: “Io sono Re”, ma è in quelle condizioni, preso, non difeso da nessuno e lo dice Gesù: “Se io fossi di questo mondo i miei servi avrebbero combattuto perché io non fossi preso”. E Pilato non capisce. Lui si era quasi scusato all’inizio, dicendo che non era giudeo, non era del suo popolo, però Gesù dice: “Chiunque, tutti quelli che sono nella verità ascoltano la mia voce”. Quindi Pilato è colpevole proprio perché non ha ascoltato quella voce, non ha riconosciuto quella voce, anche se era un Romano, aveva un ruolo, un dovere da compiere, che era quello di tenere un ordine pubblico.

Pilato è giustificabile?

Tante volte in questi secoli si è parlato della figura di Pilato, si è cercato anche di giustificarla, si è fatto tante volte il processo a Gesù, anche storicamente e anche si è teorizzato, si è fatto un film, si è fatto un dramma. Si è cercato anche di giustificare la figura di Pilato, proprio come un uomo che, non comprendendo niente della religione di questi giudei, guardava le cose concrete, cioè: qui c’è un disordine, io devo mettere l’ordine; tu sei la causa, quindi tu sei il colpevole. Ed in questo discorso salta fuori la frase: “Tu sei re? Dicono che sei il loro re”. Era una cosa assurda per Pilato sentirsi dire sì, perché erano proprio loro che lo avevano consegnato nelle sue mani, questi giudei che consegnano nelle mani di Pilato il loro re, con l’accusa di essere il loro re. E Pilato butta lì questa frase per dire: “Hanno detto questo …” e Gesù dice: “Sì”. Tanto che l’altro fa due volte la domanda. Pilato non capisce.
Infatti, dopo, quando Gesù dice: “Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”. Pilato dirà: “Ma cos’è la verità?” perché Pilato aveva delle idee teoriche sulla verità, non pensava che la verità era un uomo, che era lì davanti a lui, tra l’altro imprigionato, consegnato da un popolo. Quindi non c’è possibilità di capirsi tra questi due mondi: un regno che non è di questo mondo, però vive in questo mondo e di cui il Re è Gesù; e gli altri regni che sono di questo mondo, che hanno tanti re o tanti capi, che passano, si alternano, si succedono.

L’umiltà, l’onestà, la purezza di cuore per ascoltare quella voce

E’ per questo, dicevo, dobbiamo cercare di entrare dentro, per capire come questo episodio è il dramma continuo della storia, di questo scontro fra due regni diversissimi che, però, convivono insieme in questo mondo di passaggio; il regno di Cristo è in questo mondo che passa e si realizza nell’altro mondo. Però già in questo opera, agisce, fa, quindi non si può dire sono due regni completamente divisi, non si incontrano mai. Continuamente si incontrano però non si capiscono se uno non ha l’umiltà, l’onestà, la purezza di cuore per ascoltare quella voce.
E qual è questo regno che Gesù è venuto a portare sulla terra, di cui è venuto a rendere testimonianza? E’ il regno dell’Amore, diremmo noi. Il regno in cui Gesù vive, da sempre, è quello dell’amore del Padre e dello S.S. Gesù vive in questo rapporto d’amore che è un “dare la vita”; il Padre si dà totalmente al Figlio, il Figlio si dà totalmente al Padre; l’amore che li lega è in dono dell’uno per l’altro. Questo dare la vita è proprio quello che Gesù è venuto a fare: è venuto a dare la vita e l’ha data perdendola, affinché gli altri, tutti, l’avessero questa vita e una vita abbondante: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano abbondante, piena”. Ecco, questo è il Regno di cui parla Gesù e di cui oggi è la festa: di Gesù che dà la vita e di altre persone che danno la vita, a Lui e fra di loro, per Lui. Questo si capisce: che non è molto conosciuto questo Regno, però si sente anche che è l’unico vero perché è un regno che non finisce. Perché dar la vita è caratteristico, costitutivo di Dio, delle tre persone della SS. Trinità, la loro caratteristica, l’essere Dio è proprio questo essere vita per l’altro. E questa vita, cioè questa legge, questo modo di fare, è quello che Gesù ha attuato per noi costituendo quindi un regno. Noi siamo su questa terra partecipi di questo regno, che non è di questo mondo, ma è in questo mondo, dove Gesù ci dà continuamente la vita e chiede a noi di darla liberamente a Lui. Quindi, tutti quelli che danno la vita per Lui, che da secoli scelgono Dio e scelgono Gesù, seguono Gesù, che consacrano la propria vita liberamente a Lui, tutti questi sono i membri di questo regno. E’ il regno dell’amore reciproco, di Gesù che ci dà la vita, di noi che diamo la vita a Lui e poi la diamo anche fra di noi, gli uni agli altri, perché Gesù è rimasto fra noi, è rimasto in noi e ha detto: “Qualunque cosa farete al minimo, la farete a me”.

Località Tracolle (paticolare dell'ingresso)

Località Tracolle (paticolare dell’ingresso)

Un regno fatto di persone che piangono, che sono povere, che sono pure, perseguitate

Tutti quelli che fanno parte di questo regno vivono così e naturalmente non saranno capiti da tutti gli altri che invece vorranno un altro regno, con altre leggi, con altre strutture. Il capo chi è? E’ uno che domina secondo questo mondo. Chi è il re? E’ uno che possiede la terra, gli uomini e che li fa schiavi, sono i suoi servi. Ecco, Gesù non ha fatto così. Gesù ha dato la vita a noi e ci ha chiesto liberamente di seguirlo, non si è imposto. Lui ci ha dato la vita e una vita così, capace di lasciarci liberi, di farci liberi e di trasmettere agli altri questa libertà, la libertà di amare, cioè la libertà di donarsi. Ecco, questo non lo fanno i re di questo mondo. I re di questo mondo dominano, comandano, asserviscono, cioè fanno servi gli altri. Il regno di Gesù è quello delle beatitudini, fatto di persone che piangono, che sono povere, che sono pure, perseguitate. Ecco questo è il regno di Gesù. Il regno di questo mondo, invece, non vuole la persecuzione; magari la fa agli altri, ma non a se stesso; non vuole la povertà, vuole la ricchezza, la potenza. Tutti i re di questo mondo hanno espresso il loro potere con delle manifestazioni esterne, grandiose, con realizzazioni, con costruzioni: dalle piramidi dell’Egitto, ai palazzi dei re, oppure ai grandi stadi dei regimi totalitari, in cui il potere vuole il si del popolo e quindi il popolo ha questi grandi anfiteatri, stadi, queste grandi manifestazioni pseudo-culturali , sono un’espressione di potenza, del popolo socialista che ha i suoi troni, le sue regge, ha le sue piramidi.

Gesù è re sulla croce

Ecco, oggi è la festa di Gesù Re ed è la festa nostra, ma cosa vuol dire? Vuol dire che Gesù è re nostro e che noi siamo re come Lui lo è stato. Lui è stato re dando la vita, sulla croce si è manifestata la sua regalità. La Madonna, che è stata l’esempio più bello, il modello più perfetto di Gesù, ha espresso la sua regalità ai piedi della croce, in questo dono di suo figlio che era Dio. Qui si vede la regalità di Maria. Gesù è re sulla croce. E’ stato scritto da Pilato sulla croce: “Questo è il re dei giudei”. Gesù Cristo Re. In tre lingue è stato scritto. Era veramente lì il Re. Quindi, essere cristiano vuol dire regnare come Lui ha regnato, quindi sulla croce. Questo stare sulla croce con dignità, con libertà, con amore, ci dà questa regalità che ci permette di essere come Lui, cioè discepoli del maestro. Volere essere discepoli di Lui vuol dire permettere che quello che Lui è penetri dentro di noi, ci assimili a Lui. Quindi, quello che Lui pensa, quello che Lui vuole, quello che Lui sente, ecco, che sia veramente il nostro modo di pensare, il nostro modo di volere, il nostro modo di sentire; che tutta la nostra sensibilità, la nostra mentalità, diventi la sua, così possiamo dire che Lui è re, perché finché Lui è re di qualcosa di nostro, ma non di tutto noi, non possiamo dire che è re completamente. Finché Lui possiede una parte dell’intelligenza, una parte del cuore, una parte della volontà non è ancora re. Questo volere che Lui entri e prenda possesso di ciò che è suo, perché ci ha dato la vita, a noi, al tutto noi, al tutto che siamo noi, non a una parte di noi; Lui ci ha amato completamente; ha amato la nostra anima e il nostro corpo, ha amato la nostra persona, difatti la sua vita terrena ha dimostrato che amava anche le persone, i corpi li guariva, li risuscitava. Non è un amore spirituale soltanto, è un amore totale.

La potenza dell’amore

Quindi Lui ci ama totalmente e noi dobbiamo lasciare entrare il suo amore in tutto noi stessi, in tutto il nostro essere, fatto di intelligenza, ma anche di volontà, anche di sensibilità. C’è del lavoro da fare per lasciare che Lui entri, che diventi re, che prenda possesso del suo dominio, che possa dar la vita a tutto ciò che in noi è capace di vita. Poi dobbiamo fare la stessa cosa noi per Lui. Quindi amarlo con l’intelligenza, con la volontà, con tutte le forze, l’anima, la mente e amarci come amiamo Lui, cioè dandoci la “Vita”. La vita quella che non muore, non la vita che muore, non le cose che passano. Dare Dio, il Dio vita, vita nostra, questo Dio darlo agli altri. E questo Dio si dà se noi siamo in croce, se noi siamo come Lui, re. Trasmettiamo agli altri che sentono quindi la nostra autorità in quel momento, sentono l’amore, la potenza dell’amore e si aprono a questo amore e questo amore li fa vivere, se è Amore con la A maiuscola, se è Vita con la V maiuscola, la Vita, non una vita particolare, vegetativa, animale o umana, ma se è la vita divina. Allora c’è da fare, dicevo, però abbiamo una festa apposta che la Chiesa mette, dove, a chi ha orecchi per intendere e capacità di ascoltare quella voce, la Chiesa dà la possibilità di chiedere anche questa grazia che Gesù sia re. E’ una proposta che la Chiesa fa.
Oggi è la festa di Cristo Re. E cosa vuol dire? Facciamo festa a Cristo che deve essere re, ma di chi? Di noi, non degli altri, di quelli che … io posso disporre di me, io posso conoscere quello che io ho, non posso pretendere che gli altri facciano; quindi ognuno faccia la stessa cosa.

Celebriamo la festa di Cristo Re. Di chi? Di noi, di me, di voi, di ognuno. Poi lo sarà anche per gli altri, perché amiamo gli altri come noi stessi e trasmettiamo agli altri questa vita, questo desiderio di essere un dono, di dar la vita.

About Luca Tamburelli

Sposato e padre di fue figli, vivo in Francia, a Annonay, presso Lione. Sono amico di Maras e di moltissimi suoi amici.

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