4 – Commento al Vangelo: “il fariseo e il pubblicano”

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1 Villa Eletto - Loppiano - Firenze

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PREMESSA

Quella che segue è una trascrizione da un commento di Maras al Vangelo del giorno. Si tratta quindi di una trascrizione di un parlato che espressamente non abbiamo voluto cambiare per rispetto dell’autore ben sapendo che al lettore richiederà un supplemento di attenzione. Maras in queste conversazioni, partiva dalle letture del giorno e le commentava direttamente senza nessun altro supporto se non il Vangelo e l’attenzione di chi ascoltava.

Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». (Luca 18,9)

Il fariseo era una persona brava, una persona che osservava la legge e faceva tutto quello che Dio aveva chiesto attraverso Mosè ed i profeti, di non rubare, di non dire falsa testimonianza, di non essere adulteri e pagava anche le decime. Pagava le tasse secondo le richieste dei sacerdoti, quindi il fariseo era una persona che noi potremmo chiamare un buon cristiano, un bravo cristiano, una persona osservante, praticante della legge. Però lui era cosciente di questo, lui diceva: “Io sono giusto, io faccio tutto quello che Dio mi chiede e quindi ti ringrazio Dio perché sono così e non sono come questo peccatore, pubblicano…”.

Ecco, qui è il punto, proprio perché lui si sente sicuro di una cosa che Dio non vuole. In fondo Dio dice: “Io non voglio i sacrifici, gli olocausti, ma voglio l’amore”. Questo fariseo faceva sacrifici per mantenersi buono, per essere giusto, per non rubare, faceva sacrifici per pagare, però non aveva l’amore perché lui si distingueva dall’altro: “Io non sono come l’altro”, però l’altro era un pubblicano, quindi esternamente c’erano motivi per credere che era meglio essere fariseo che pubblicano, ma l’altro aveva un atteggiamento tutto diverso dentro, l’altro si sentiva peccatore e chiedeva pietà: “Signore perdonami, abbi pietà di me”. Stava lì, lontano con gli occhi bassi, non osava alzare gli occhi, si batteva il petto. Gesù dice: “Questo è stato perdonato”, perché ha pregato.

Anche l’altro aveva pregato però questa è una preghiera di un cuore umile, un cuore che si sente bisognoso, un cuore povero, bisognoso di misericordia, uno che riconosce Dio grande, più grande di tutto e che può chiedere a Dio qualche cosa. Può, anzi, chiedere tutto, può chiedere la pietà, la misericordia. Questo atteggiamento è stato apprezzato da Dio, era un atteggiamento d’amore: “Abbi pietà di me”. Pietà che vuol dire amore, questo sentimento di compassione che ha un padre per il figlioletto o il figlio per il padre quando lo vede stanco, vecchio, ammalato… Quest’amore che lega le persone della famiglia è chiamato pietà. Questa pietà, “abbi pietà di me” e Dio ha pietà di lui. “Abbi amore per me” e l’Amore è venuto, a chi ha, sarà dato, insomma, e lui ha l’Amore e Dio lo ama; l’altro non ha l’amore e quindi Dio non lo salva, non lo giustifica.

Dove si vede che non ha amore? In questo fatto che lui si sente diverso dal pubblicano.  Siccome però era diverso stranamente lui avrebbe dovuto vedere al di là dell’apparenza, al di là della condizione esterna; avrebbe dovuto capire che se Dio è Padre gli uomini sono fratelli, e se Dio è Padre gli uomini sono tutti uguali, perché sono tutti figli di Dio; questa cosa siccome non si vede con questi occhi, si vede con gli occhi dell’amore. E’ l’amore che fa vedere al di là del difetto di uno, delle piccolezze dell’altro, del carattere di un terzo.

Solo l’amore fa questo: perché tutto il resto dice invece che quello è diverso, quello è più piccolo, quello è più debole, quello non è colto, è ignorante, l’altro è… tante cose negative.

2 Villa Eletto - Loppiano - Firenze

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Noi abbiamo l’ideale dell’unità, noi sappiamo che dobbiamo essere tutti uno, perché? Ma perché siamo tutti uno. Gesù non chiede una cosa impossibile o anche una cosa fuori dall’ordine di Dio. Dio ci vede tutti uno e quindi Gesù prega perché tutti siano uno, come debbono essere, come sono. Essere tutti uno vuol dire essere non divisi da questo modo di vedere che umanamente è logico, perché uno è grande e l’altro è piccolo, uno è forte e l’altro è debole, ma agli occhi di Dio è assurdo, non è vero. Allora chi si ferma a vedere in un modo logico, ma umano, non è giustificato, non è amato da Dio, non riceve l’amore di Dio, mentre chi è fuori da tutti questi schemi perché in genere è così umiliato, si sente così male, così povero, così a disagio, così fallito e tutte queste cose, è più facile che vada direttamente a Dio e che sia pronto a tutto. Proprio quando noi ci sentiamo falliti è allora che noi ci rivolgiamo a Dio e non guardiamo i limiti degli altri. Vediamo Dio che è Amore e quindi vediamo gli altri che sono sempre migliori di noi. Mentre quando io mi sento giusto, a posto, guardo gli altri e li misuro, li valuto, li peso, li considero, li apprezzo anche. Ma quando capisco il valore delle difficoltà che Dio ci manda, difficoltà che hanno sempre lo scopo di farci sentire incapaci, insufficienti, falliti affinché noi guardiamo Dio solo e quindi, guardando Dio, vediamo anche tutti gli altri al di sopra di noi; come è l’amore che mette sempre gli altri al di sopra di noi; gli altri sono sempre più grandi di noi, più bravi di noi, più intelligenti di noi, più tutto e proviamo questa gioia quasi di sentirci gli ultimi, ma chiamati da Dio. Questa gioia che ritorna sempre quando è vera, che ho riprovato in tanti momenti di fallimenti, di purgatorio…ma il purgatorio arriva per purificare qualcosa che c’è, che deve essere purificato, ma che è vivo, perché se è una cosa morta non la purifica.

Noi tutti in qualche momento siamo farisei o pubblicani. I due esempi che Gesù ci mette davanti sono per farci capire che interessano tutti. Noi tutti abbiamo atteggiamenti da fariseo e tutti abbiamo atteggiamenti da pubblicano. Adesso, tutta la nostra vita al seguito di Gesù non deve farci dimenticare che l’atteggiamento del pubblicano è quello giusto, però seguendo Gesù cambiano tante cose: non è che noi siamo pubblicani: è l’atteggiamento dell’anima che deve rimanere lo stesso, però noi continuiamo a cambiare, ad arricchirci, a diventare anche qualcuno, a diventare dei maestri, persone importanti, quindi non è nell’atteggiamento esterno che noi dobbiamo imitare il pubblicano o ritrovarci nel pubblicano, è nell’atteggiamento d’animo, questo di sentirci sempre gli ultimi, però dentro. Meglio gli ultimi dentro che i primi fuori, vero? E si è dentro se noi diciamo: “Signore abbi pietà di me perché sono un peccatore” e poi invece ti dicono che sei principe di non so che cosa. Se tu sai che sei peccatore puoi anche fare il ruolo di principe, hai dentro sempre quest’atteggiamento che deve essere costante, ma per fortuna si incarica l’Eterno Padre di renderlo tale.

Ci sono dei momenti in cui Gesù ci dà tanta luce, tanta gioia, tanta pace; in cui viene proprio di ringraziarlo per questi doni e non viene in mente di dire: “Abbi pietà di me”, ma: “Signore ti ringrazio per i doni che mi hai fatto”. E dobbiamo essere così abituati a sentirci gli ultimi, falliti … che nonostante tutto riusciamo anche a donare i doni di Dio, come la Madonna che era così umile, che, più Dio le dava grazie, più Lei si sentiva niente. Lei diceva: “Dio ha fatto grandi cose”, però Lei era niente. E più grandi cose faceva Lui, più Lei si sentiva niente. E, come sempre, l’equilibrio ce lo dà Lei, la misura di questa sintesi che bisogna fare fra il sentirsi ultimi ed essere in realtà primi, perché ognuno è primo. Nel Regno dei Cieli ognuno è primo, ognuno è centro. Ora noi già in questa terra viviamo il Paradiso dove ognuno è centro e tutto gira intorno a lui, a ognuno. Questo equilibrio, per il sentirsi ultimi o sentirsi primi, ce lo dà la Madonna.  Chiediamo a Lei la capacità di far la sintesi fra due atteggiamenti che sono contemporanei e che sono opposti e che abbiamo in noi. Nel Vangelo sono due persone, ma in noi è nella stessa persona che si realizzano le due cose: dobbiamo essere persone buone, oneste, serie … Non possiamo buttarci  a fare il peccatore per dire: “Sono un peccatore”, però contemporaneamente, pur essendo ricchi sempre più ricchi di esperienza, di doni che Dio ci ha chiamati a testimoniare, a organizzare, a insegnare come per esempio il Papa…, ma allo stesso tempo sentirsi il servo del servo di Dio, l’ultimo.

Ripetendo quanto detto all’inizio, sottolineo di nuovo, che quello che conta è l’Amore non il sacrificio. Questo non vuol dire non fare sacrifici, vuol dire fare sacrifici con Amore. E perché un sacrificio abbia un ruolo, bisogna farlo con Amore. Tutto ciò che ha fatto il fariseo era un sacrificio, ma mancava l’Amore e uno può essere benissimo un pubblicano senza avere Amore e non essere giustificato, perché non basta essere povero, per essere giustificato ci vuole l’Amore. Anche la quaresima: tutte le privazioni che facciamo non valgono niente se non c’è l’Amore. Così dopo, la gioia che avremo nella Pasqua non vale niente se non c’è l’Amore: questo vale.

 

About Luca Tamburelli

Sposato e padre di fue figli, vivo in Francia, a Annonay, presso Lione. Sono amico di Maras e di moltissimi suoi amici.

Comments

  1. Michel Vandeleene says

    Veramente Maras aveva un carisma nel commentare così spontaneamente il Vangelo alla luce di Gesù in mezzo che cercavamo, quando eravamo lì con lui, di attirare fra noi perché Lui, Gesù, potesse parlare attraverso Maras e parlava, come si vede in questo commento che è così bello, così sapiente e così equilibrato, pieno della luce dell’Ideale che Dio ci ha dato attraverso Chiara.