STORIA DI MARAS – Prima parte

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L’infanzia

Albertina mamma di Maras

Albertina mamma di Maras

Maras bambino

Maras bambino

Nel 1926 Carpi, in provincia di Modena, era un’industriosa cittadina che doveva al “truciolo” la sua notorietà e il suo benessere. Vi lavoravano tutti, gli uomini alle macchine e le donne alle paglie. Si ricavavano le famose “trecce” con cui si componevano poi cappelli, borsette, sporte e stuoie.

E vi lavoravano sempre, nelle ore previste e in quelle di riposo, al mattino presto e dopo cena, nei luoghi di lavoro e in casa, davanti alla porta d’ingresso, sul marciapiede, dovunque. Perché a Carpi, allora come ora, lavorare piace e, ufficialmente o privatamente, coi sindacati o senza, si gioca a lavorare da quando si è bambini fino alla vecchiaia.

C’erano logicamente parecchi alberghi in quella cittadina, dove i commercianti si davano convegno per acquistare o vendere i prodotti del truciolo. Nel più importante di questi – l’albergo Venezia – al centro della Piazza Garibaldi, il 31 maggio 1926 alle 5.30 nacqui io.

Alfredo Zirondoli detto Maras, in età avanzata

Alfredo Zirondoli detto Maras, in età avanzata

Sì, perché il nonno paterno, già lavorante-macchinista alla produzione delle paglie, coi proventi del suo lavoro aveva acquistato un albergo nel quale abitava e che gestiva in proprio con la moglie e cinque figli, di cui uno – Livio – era mio padre.

Nacqui esattamente due anni dopo il matrimonio dei miei genitori, che fu celebrato, per desiderio di mia madre – Albertina – nella cattedrale dedicata a Maria Assunta, all’altare della Madonna; cosa che allora fu giudicata da qualcuno una ricercatezza, non sapendo che era stata motivata in segreto da una specie di voto di offrire a Lei il primo figlio.

Dopo la mia nascita, la mamma che era insegnante e non trovava congeniale il lavoro di alberghiera, iniziò un doposcuola privato molto frequentato da bambini e ragazzi, e molto apprezzato da un gran numero di genitori che, in una società che si atteggiava a borghese, desideravano preparare ai loro figli una brillante riuscita scolastica.

Della mia infanzia non ricordo molto, solo la nonna paterna, che morì quando avevo due anni, i ragazzi del doposcuola che mi facevano desiderare di esser presto “grande” anch’io, e soprattutto la presenza di mia madre che mi avvolgeva di tenerezza, mi dava sicurezza e mi infondeva gioia.

Non ricordo di aver fatto qualche volta le bizze, forse perché l’ambiente era abbastanza serio, forse perché la mamma, quando non dava lezioni ai ragazzi, era tutta per me e io attendevo quei momenti con una coscienza precoce che avrei dovuto meritarmeli.

Di religione, in famiglia, non si parlava molto. Il grande rispetto per la nonna paterna che ogni mattina si alzava alle 5 per andare alla Messa, prima di iniziare il pesante lavoro di cuoca, era bilanciato dal timore per il nonno socialista, suo marito, molto autoritario e che non vedeva di buon occhio tutto ciò che sapeva di preti.

Nella famiglia della mamma le cose erano pure bilanciate: a una buona pratica religiosa della nonna si contrapponeva una grande ammirazione per il bisnonno garibaldino che aveva combattuto contro lo Stato pontificio.

Anche se non si parlava di chiesa, spesso ci si andava, e genitori e zii facevano a turno per portarmi alla funzione serale nella cattedrale, sul fondo della piazza grande.

Lì, in quell’atmosfera creata da canti, luci e preghiere, la mia sensibilità di bambino ricevette certamente delle forti impressioni perché ricordo che un giorno, all’età di quattro anni, mentre stavo con la nonna materna che faceva la calza, sfilai lo sgabello da sotto i piedi, vi misi sopra un pezzo di stoffa a mo’ di tovaglia, afferrai un barattolo vuoto su cui era disegnato un grande sole coi raggi e, coprendo il barattolo con un altro pezzo di stoffa, lo alzai e abbassai come fa il sacerdote quando benedice con l’ostensorio.

C’era poi il giorno di S. Lucia, il 13 dicembre, nel quale tutta la popolazione si radunava in chiesa per venerare la “santa degli occhi” il cui culto si era diffuso a Carpi da secoli, ad opera probabilmente di immigrati siciliani.

Vi partecipava anche il circondario e le frazioni di campagna. Già alle 5.30 iniziava la Messa celebrata dal Vescovo con grande solennità – i pontificali di un tempo – e durava a lungo. C’era l’orchestra, il coro e i solisti. Il Vescovo che sapeva esser quella l’unica occasione di aver di fronte tante persone che non andavano mai in chiesa, neppure a Natale o a Pasqua, spiegava a lungo, ogni volta, che non bisognava chieder solo la salute degli occhi, ma un’altra luce che non si vede con gli occhi di questo corpo.

Anch’io, fin da piccolissimo andavo ogni anno (meglio: ero portato) a quella Messa. Ricordo soprattutto il freddo e il sonno, e per anni non associai neppure il nome della Santa, alla “luce” di cui sempre il Vescovo parlava.

Il sonno invincibile era motivato dal fatto che la notte precedente non dormivo in attesa dei doni – o del carbone – che S. Lucia avrebbe deposto nelle mie scarpe, fuori sul davanzale. Il carbone non venne mai, ma la paura c’era sempre e quindi durante tutta la notte continuavo a chiedere a papà e a mamma, nel letto dei quali quella notte dormivo: “E’ venuta S. Lucia?”. Era giocoforza accendere la luce e ogni volta verificare.

Un anno che i miei genitori misero i doni appena a letto, pen­sando che così avrebbero potuto dormire dopo, alla mia prima richiesta e alla loro risposta affermativa, volli vedere tutto, feci del letto un’esposizione e continuai in esclamazioni di gioia fino al mattino, incurante del papà che mi diceva di ri­mandare tutto al giorno dopo, e della mamma che cercava di proteggermi dal freddo coprendomi con le coperte.

Questi piccoli fatti che ricordo e soprattutto una sostanziale bontà e onestà dell’ambiente in cui ho vissuto influirono cer­tamente sulla mia formazione nel periodo dell’infanzia, anche se di religione (o meglio: di catechismo) ricevetti qualche nozione solo parecchi anni dopo, al momento della Cresima e della prima Comunione.

L’adolescenza

Non avendo fratelli, né sorelle, gli unici che conoscevo era­no i ragazzi del doposcuola, per cui, stimolato da loro e dal fatto che mia madre era maestra, all’età di cinque anni sapevo già leggere e scrivere correttamente.

Nessuna meraviglia che al momento di andare alla scuola pubbli­ca non ne capissi il motivo e quindi non ci volessi andare. Quella scolaresca di quaranta bambini turbolenti e incolti, che alla lavagna si accanivano sul gessetto – rompendolo – per riuscire a disegnare alcune aste tutte storte, non aveva per me nessuna attrattiva. Così come non ne aveva quell’insegnante grassa, munita di bacchetta, così diversa da mia madre, che zittiva e faceva occhiacci.

Tuttavia ci andai ugualmente e, se non altro, imparai a stare con gli altri e anche a obbedire ad estranei, cose entrambe molto importanti per un figlio unico.

La situazione però non durò a lungo perché l’anno dopo ri­trovai di nuovo come insegnante mia madre, questa volta alla scuola pubblica, dato che nel frattempo mio padre aveva lasciato l’attività alberghiera ed era sembrato prudente appog­giarsi ad un impiego statale che mia madre aveva subito trova­to. Essendo un posto di prima nomina, il luogo assegnatole per l’insegnamento era in montagna e tutta la piccola famiglia si trasferì sull’Appennino modenese, in una frazioncina di poche decine di abitanti, senza strada di accesso e senza alcun con­fort. Solo a dorso di mulo vi si poteva accedere e, una volta arrivati dopo un’ora di salita, si trovava ben poco: alcune ca­se, la chiesa, la scuola e, al centro una sorgente d’acqua fre­sca, buonissima. Niente biciclette, niente carretti, niente macchine, niente radio. Il medico non c’era, il postino veniva una volta la settimana, quando non c’era troppa neve.

La domenica veniva il farmacista che all’ora della Messa apriva una specie di negozietto – alcuni barattoli e una piccola bi­lancia – nel quale si fermava fino a predica finita, poi entrava anche lui in chiesa e all’ “Ite, Missa est” usciva di corsa, chiudeva la farmacia e… spariva.

Passammo in quel paesino un anno intero che ricordo come fosse ora: la gioia del contatto con la natura sana, pura, non sofisticata, le pecore, i muli carichi di carbone, le castagne che si trovavano dappertutto, le montagne di neve d’inverno e il bellissimo sole d’estate, lo star solo e fuori casa senza alcun pericolo, la novità di esser conosciuto da tutti e amico di tutti.

Quante cose imparai quell’anno! A non aver paura del buio, ad accendere un fuoco all’aperto, a distinguere il passo dei muli, a conoscere il nome di molte piante, a gustare il vento che arrossa il naso e agghiaccia le orecchie, a gioire dell’eco che rimbalzava e poi svaniva, a sentire familiari i volti sol­cati dei montanari che a vespro, al tocco della campana, si scoprivano il capo sostando in silenzio.

Fu un’esperienza di libertà, infantile e gioiosa, che mi diede il gusto delle cose buone, dei valori veri, e mi fece sognare e far propositi che comunicavo subito a mamma e papà ricevendone via via l’approvazione o la correzione.

Passato l’anno ritornammo a Carpi e durante l’estate accadde un fatto importante. I miei mi portarono all’Arena di Verona per assistere a una rappresentazione della “Gioconda”. La mia impressione fu fortissima! Quell’enorme folla che faceva improvvisamente silenzio al cenno del direttore d’orchestra, quei cantanti così lontani sulla scena e le cui voci apparivano tuttavia così chiare e distinte, quelle danze così ricche di movimenti e di colori, quella musica ora squillante ora dolcissima che sottolineava il canto e dava senso all’azione, e ancora quegli applausi che scrosciavano appena si riaccendevano le luci e soprattutto il rapporto che si era creato, grazie allo spettacolo, fra persone così diverse, sedute da ore più o meno scomodamente sul marmo delle gradinate, tutto questo mi eccitò a tal punto che la notte non riuscii a dormire. Da quel giorno – avevo sette anni – i miei sogni e i miei progetti per il futuro presero un unico indirizzo: la musica.

Cantavo sempre, i miei films preferiti erano quelli musicali, che vedevo due o anche tre volte di seguito. Appena avevo tra le mani una matita o un bastoncino o qualcosa che assomigliasse alla bacchetta di un direttore d’orchestra, l’afferravo e la muovevo a ritmo accompagnando il gesto con una musica qualsiasi che la mia fantasia arricchiva di suoni di violino o di squilli di trombe o ancora di acuti di tenori o di gorgheggi di soprani. Avrei voluto cominciare subito a studiare musica, ma i miei genitori preferirono uno studio, ritenuto nell’ambiente in cui vivevo, più concreto in vista di una professione più solida.

Però una mia zia, morendo, lasciò scritto nel testamento che mi fosse acquistato un violino a condizione che, appena possibile, andassi a suonare un pezzo al camposanto, sulla tomba. Di fronte al desiderio di una defunta, per di più in giovane età, nessuno si oppose e il violino mi fu comprato.

Avevo nove anni e mi buttai a capofitto nel solfeggio e nello studio delle posizioni; dopo qualche tempo fui in grado di suonare, davanti al loculo della zia, l’Ave Maria di Schubert  fra l’interesse compiaciuto di tutto il parentado.

Nonostante fossi molto giovane, mi resi però conto ben presto che le mie preferenze non erano per il violino, né per qualsiasi strumento non corale. Avrei voluto suonare il pianoforte o l’organo, anzi… dirigere l’orchestra. Ma mi resi anche conto che si trattava di sogni irrealizzabili o comunque da rimandare a più tardi, per cui mi tenni il mio violino, suonandolo tutto il tempo che i vicini di casa lo permettevano.

In quello stesso anno mi capitò di assistere a un fatto, in se banale, ma che ebbe in me profonde conseguenze. Passando per una strada di campagna, vidi un contadino che, non so per quale motivo sfogava la sua ira su di un somaro bastonandolo selvaggiamente nelle parti più vitali, con tale ferocia e così a lungo che io scoppiai a piangere. Qualcuno mi vide e sorrise pensando trattarsi di una eccessiva emotività, ma si trattava di ben altro: era un’avversione assoluta e totale alla violenza, ad ogni forma di violenza, che si precisò sempre più col passare degli anni e determinò poi, al momento del servizio militare, alcune decisioni di cui parlerò in seguito.

Intanto le elementari erano finite e si pose il problema del ginnasio che a Carpi non c’era, per cui avrei dovuto spostarmi a Modena, nel capoluogo di provincia. C’era però a Carpi il seminario che aveva una scuola per interni equiparata al ginnasio e, con la mamma, andammo a chiedere al rettore se avessi potuto frequentarla anch’io, seppur da esterno. Il rettore si interessò molto, però ci disse che non era possibile a meno che – soggiunse – io non avessi la vocazione. Siccome né io né mamma dimostrammo di aver capito di cosa si trattasse, il monsignore precisò meglio: si trattava di entrare in seminario.

Risposi un “no” così deciso e secco che tutti rimasero imbarazzati: la mamma che diventò tutta rossa e il rettore che cambiò subito discorso. Quel “no” con cui avevo allora espresso la mia vocazione (!) me lo ricordo ancora e se lo ricordò anche il monsignore che, incontrandomi poi, dopo molti anni, quando ero già sacerdote, quasi non voleva crederlo e continuava a ripetere: “ma è proprio vero?!” con una gioia forse pari al dolore che allora gli avevo procurato.

La giovinezza

Per permettere a me di frequentare il ginnasio, evitandomi di viaggiare ogni giorni, tutta la famiglia si trasferì a Modena. Viaggiavano invece la mamma, che insegnava a Carpi, e il    papà che nel frattempo aveva acquistato alcuni ettari di terra nel comune di Cavezzo e aveva cominciato a occuparsi di agricoltura, di coltivazioni intensive e di allevamenti.

L’aveva fatto anche per me, immaginando che lo studio, pur riuscendomi facilmente, non mi avrebbe preso del tutto – la mia vera passione restava la musica – e che passando almeno le vacanze estive in campagna, al contatto della natura, avrei ritrovato quell’interesse fresco e sano che avevo manifestato da ragazzo in quel paesino dell’Appennino modenese senza strade e senza macchine.

In un’età, che per un figlio unico presenta notevoli rischi, fu molto importante mettermi a lavorare allo stesso ritmo dei contadini: raccoglievo la frutta, tagliavo il fieno, estraevo barbabietole, rigovernavo gli animali. Era abbastanza duro, soprattutto per la regolarità che queste cose richiedevano, ma gli animali mi interessavano. In proprio, possedevo una trentina di colombi, una ventina di conigli, alcune cavie, un grosso cane e… due gatti. In comproprietà col contadino possedevo un cavallo che nelle ore in cui non veniva occupato nei campi, mi divertivo a cavalcare. A contatto con gli animali capii tante cose: per esempio il mistero della procreazione che fino allora nessuno mi aveva spiegato. E lo capii in modo semplice, al momento giusto, senza traumi o curiosità morbose, aiutato da mia madre alla quale chiedevo via via conferma di ciò che intuivo.

Nel periodo del ginnasio ci fu un elemento nuovo che, senza circostanze particolari, si impose fortemente alla mia attenzione: il problema del dolore. Non in maniera esistenziale, neanche però teorica; non una passione come la musica, ma neppure un semplice interesse come lo sport o le materie che studiavo a scuola.

All’inizio quasi non me ne accorsi, ma a poco a poco il desiderio di togliere il dolore  – così lo formulavo allora – si precisò nel giro di qualche mese in una decisione ben definita: da grande farò il medico.

La scuola che frequentavo e lo sviluppo fisico mi rendevano sensibile a tante sollecitazioni di cui i compagni o le compagne erano strumenti. Ma io avevo ormai una meta e sapevo che dovevo raggiungerla presto, per cui non guardavo molto attorno, concentrandomi invece su ciò che mi appariva utile.

Una sola cosa – ricordo – mi distolse da questa concentrazione. Un giorno mentre traducevo dal latino alcune frasi scelte, fui colpito dalla “qualità” di una di esse che la differenziava nettamente da tutte le altre. Interessato, ne cercai l’autore ma non era riportato. La domenica seguente, alla Messa, sentii rileggere quella frase: era un brano nel Vangelo.

Il desiderio di far presto e la difficoltà per i miei genitori di viaggiare continuamente da Modena a Carpi e a Cavezzo mi spinsero a cercar di bruciare le tappe nello studio, al punto che preparai privatamente l’ultimo anno di ginnasio mentre frequentavo regolarmente il penultimo; cosicché feci due anni in uno e superato l’esame di ammissione, mi trovai al liceo con un anno di anticipo. Il liceo c’era anche a Carpi e là ci trasferimmo di nuovo tutti.

Nonostante il notevole impegno nello studio, mi interessai in quegli anni di sport, di teatro e di tutto ciò che mi dava la possibilità di conoscere la vita nelle sue diverse manifestazioni. Come sport predilessi la scherma e l’equitazione per quel qualcosa di cavalleresco che entrambe evocavano. Mi piacque molto lo sci, soprattutto il salto dal trampolino, perché mi dava l’idea del volo – se a quel tempo ci fosse stato il volo delta avrei certamente scelto quello – e mi appassionai per la pallanuoto, per quella quasi – naturalizzazione con l’elemento liquido che essa comportava.

Di fatto però, non praticai molto – anche per motivi economici – nessuno di questi sport, ad eccezione della scherma, nella quale riuscii particolarmente bene.

Praticai invece abbastanza il teatro. Mi piaceva impersonare ruoli diversi, perché in ognuno trovavo qualcosa di vero che poteva arricchirmi. Avrei voluto “vivere l’altro” per conoscerlo pienamente ed essere “anche” lui, pur rimanendo me stesso. Questo desiderio, dapprima indistinto, che mi faceva propendere per certi sport e mi appassionava per certi personaggi, sfocò nella filosofia e cominciò a pormi dei “perché” sul problema della conoscenza e sul senso della mia vita.

Ne parlai, a scuola, con l’insegnante di filosofia che, pur essendo molto colto, non mi diede risposte soddisfacenti. Ne parlai invece col sacerdote che teneva il corso di religione e molti “perché” si chiarirono. Ripetendosi la cosa parecchie volte e non bastandomi un’ora alla settimana – quella prevista dal corso – decisi di andare a cercare questo sacerdote a casa sua.

Lo trovai nell’Oratorio che gli era stato affidato, circondato da un gran numero di ragazzi vocianti e sudati, non certo interessati – almeno apparentemente – a problemi di conoscenza, e dovetti aspettare un bel po’ prima di potermi sedere con calma nel suo studio a discutere sui miei “perché”.

Riguardavano anche l’esistenza di Dio che si presentava alla mia intelligenza come Qualcuno, e non capivo come mai i filosofi avessero su di Lui idee così poco definite.

I nostri colloqui si ripeterono spesso; ogni volta ero soddisfatto, ma non mai perfettamente convinto. Non mi accontentavo di ciò che dicevano i filosofi, ma non volevo neppure che Dio fosse unicamente oggetto di fede, anche se ragionevole, come sottolineava sempre il sacerdote. Pensavo che Dio dovesse appagare tutto l’uomo.

Il sacerdote cercò allora di prendermi da un altro verso: la squadra di calcio, lo scoutismo, l’alta montagna, la musica, la liturgia, la frequenza ai sacramenti. Alcune cose andarono, altre no. Ritirai fuori il violino, misi insieme con altri tre ragazzi un piccolo complesso ritmo-melodico, feci alcune escursioni sulle Dolomiti. Soprattutto cominciai a leggere il Vangelo e mi accostai più spesso all’Eucaristia, per cui Gesù divenne come un punto di riferimento concreto, molto più vicino di quel Dio che, con le conoscenze che ne avevo prima, appariva spesso lontano dalla vita di ogni giorno.

L’Università e il servizio militare

Intanto il mio programma di studi andava avanti rapidamente e a 17 anni ero già iscritto all’Università, facoltà di medicina e chirurgia.

Nel frattempo era scoppiata la guerra, molti medici erano stati richiamati e nell’ospedale di Carpi, dove avevo cominciato le esercitazioni pratiche, mi trovai a dover fare molte cose che nessuno mi aveva insegnato. Mi buttai allora sui libri, feci tesoro di ogni esperienza che infermieri sperimentati e suore ospedaliere mi raccontavano, confrontai con l’unico medico rimasto in ospedale tutto ciò di cui venivo a conoscenza, passai giornate intere al letto degli ammalati osservando attentamente il decorso delle malattie e i loro sintomi.

Quando era aperta, frequentavo l’Università, prendendo appunti di tutto.

Preparai qualche esame con una collega che stimavo molto. Mi stimava anche lei e forse qualcosa di più avrebbe potuto nascere, se quel clima di austerità e di guerra non avesse automaticamente spostato a dopo ogni problema personale.

Avvicinandosi il fronte fui chiamato alle armi. Arruolato nella polizia postelegrafonica, quasi senza rendermene conte mi trovai, con pistola e fucile, a montar la guardia a una centrale telefonica. Il mio disagio era grande; la guerra non la capivo, tutto quel sistema di violenza risvegliava in me un’avversione irriducibile già tante volte sperimentata, fin dall’episodio del somaro bastonato. Attorno a me notavo un’enorme confusione di idee, per cui egoismi e passioni sembravano giustificate come mezzo di sopravvivenza. Avrei voluto dire di no a tutto, e contemporaneamente capivo che a qualcosa bisognava pur dire sì. Ma non trovavo. E intanto eccomi lì, al freddo, solo, nel turno di guardia più duro: da mezzanotte alle quattro del mattino.

Per riempire quelle ore che sembrava non finissero mai cominciai a fumare: una sigaretta fra le dita, un po’ di caldo al viso, una piccola luce – la bracia – in tutto quel buio.

Ma i pensieri ritornavano. Tutto sembrava finito: gli studi, la professione futura, la famiglia. Tutto faceva male, tutto era assurdo. Specialmente quel comando che mi avevano dato al momento della consegna: “se vedi qualcuno, spara senza preavviso!” Per qualche giorno sperai che fosse un’eventualità teorica, ma una notte, verso l’una, sentii improvvisamente un passo avvicinarsi al recinto. Tesi l’orecchio. Che fare? L’ordine era chiaro: sparare senza preavviso. Ma dentro di me tutto si ribellava. Proteggendomi allora dietro la garitta, intimai ad alta voce: “alt! chi va là?” Nessuna risposta. Passarono alcuni secondi che apparvero ore e dopo un po’ risentii i passi più vicini. Ripetei l’intimazione. Silenzio. Qualche attimo più tardi intravidi a circa cinque metri di distanza la figura di un uomo che avanzava verso di ne. Avrei dovuto sparare, ma qualcosa dentro di me lo impediva. Pensai di sparare in aria, ma dal corpo di guardia sarebbero uscite le sentinelle e avrebbero sparato loro. Tesissimo, non riuscendo più a star fermo, mi diressi verso quell’ombra: era un soldato ubriaco, uno di quelli che all’interno presidiavano la centrale telefonica! Aveva perso il senso del tempo e anche la strada. Quando mi vide col fucile puntato brontolò qualcosa che non capii e con la mano accennò a un saluto, forse un ringraziamento…

Il turno di guardia da mezzanotte alle quattro dopo una settimana fu affidato a un altro e io, dato che al corpo di guardia c’erano tanti parassiti, approfittai per andare a dormire fuori, in un appartamento che una signora, amica di famiglia, aveva lasciato a mia disposizione. L’appartamento era in periferia e c’era il coprifuoco per cui facevo un lungo tratto di strada al buio, a piedi. Avendo le carte in regola e non avendo paura del buio, mi muovevo liberamente in quei viali deserti che in quel periodo erano pieni di neve.

Una sera però qualcosa, all’improvviso, si mosse dietro alle mie spalle – forse un po’ di neve caduta da un ramo troppo carico – e io automaticamente afferrai la pistola e mi girai. Quel gesto istintivo mi fece riflettere: se si ha un’arma, prima o poi, la si usa. E le armi servono per uccidere! Decisi allora di non circolare più armato.

Naturalmente i miei superiori non furono d’accordo e minacciarono la prigione, ma io non cambiai parere e dopo un lungo colloquio col comandante, questi mi prese con sé in fureria. Qui imparai a scrivere a macchina, a sbrigare le pratiche di ufficio e a… suggerire qualche argomento per la corrispondenza del mio diretto superiore, pazzamente innamorato di una ragazza e timoroso di ripetersi – timore più che fondato – scrivendole due volte ogni giorno.

Non portando io più il fucile, un commilitone che faceva il doppio gioco con gruppi di colore opposto, pensò bene di passarlo ad uno di loro, in modo da dimostrare tangibilmente “anche” a questi la sua solidarietà. Per cui io rischiai la fucilazione. Ma la cessazione delle ostilità sanò tutto. Incontrai quel commilitone molti anni più tardi e mi chiese scusa. Fu l’occasione per me di parlargli di ciò che nel frattempo avevo scoperto e iniziò così una conoscenza con lui e la sua famiglia che rimane tuttora.

Finita la guerra, ripresi l’Università e la frequenza all’ospedale. Però occorreva soprattutto studiare, perché di pratica ne avevo già fatta molta. Con un compagno ci chiudemmo in stanza e da dieci a undici ore al giorno ci concentrammo sui libri. Era una vita al limite della sopportazione; per fortuna mio padre mi aveva acquistato un pianoforte e col mio compagno di studio facevamo ogni ora alcuni minuti di intervallo suonando a memoria ogni canzone che ci veniva in mente. Avevamo però un gran desiderio di vita normale, ma rimandavamo tutto a laurea avvenuta.

Un giorno feci un’esperienza curiosa. Andando a casa dal mio compagno, fui colpito dal ritratto di una ragazza molto bella che – stranamente – mi fece battere il cuore. Chiesi chi era e mi rispose che era una cugina, morta dieci anni prima. Nonostante questo, il cuore continuò a battere e sognai quel volto per molte notti successive. Pensai che il fatto fosse legato alla primavera o al genere di vita troppo concentrata e sedentaria che conducevo, ma fu comunque un’esperienza che mi fece capire che quando ci si innamora non è sempre perché qualcuno, fuori di noi, merita d’essere amato, ma perché, avendo dentro di noi l’amore, dobbiamo pur riversarlo su qualcuno. E questo mi servì più tardi quando feci l’esperienza della carità: con questa nel cuore ci si sente spinti ad amare tutti; quando la carità si affievolisce, si distingue fra persone che meritano e che non meritano…

L’orchestra

Durante l’estate mi concedetti una sosta dallo studio e ne approfittai per aderire a un invito fattomi di partecipare come violino di fila, a una tournée di concerti, con una piccola orchestra messa insieme un po’ alla buona.

Mi trovai, quasi senza prove, a cimentarmi con l'”Incompiuta” di Schubert (che sudata!), con la “Missa pontificalis prima” di Perosi e la “Danza delle ore” dalla Gioconda di Ponchielli, la stessa opera che all’età di sette anni mi aveva così fortemente impressionato.

L’esperienza dell’orchestra è molto diversa se guardata nel suo insieme, come avviene per il pubblico, o nei particolari, come può essere per i singoli esecutori. Però è sempre entusiasmante perché dà l’idea del “corpo” e fa vivere “a corpo”, un corpo fatto di tante membra che funziona solo se c’è unità fra tutte. Con le mie nozioni di medicina capivo molto bene la differenza fra membro e parte: il primo è unito, la parte è divisa. E vedevo, in pratica, che quando uno si limitava alla sua parte, considerandosi appunto parte e non membro – invece di aver in sé tutti gli altri ruoli, come fa il direttore d’orchestra – l’armonia non si raggiungeva e l’effetto sul pubblico non c’era. L’effetto, che poi strappa l’applauso, nasce da un ciak che fonde misteriosamente il direttore e i membri dell’orchestra, un ciak occasionato dalla musica, ma attuato dall’apporto di tutti. E’ un qualcosa che trascende il singolo e anche la somma dei singoli, una dimensione nuova che si raggiunge e nella quale i singoli trovano il loro senso pieno. Certe note isolate degli ottoni, per esempio, certi pizzicati sempre uguali dei contrabbassi trovano non nel canto, cui fanno da accompagnamento, ma nell’armonia che ne risulta, il loro significato, la loro bellezza, la loro novità.

Questo, che prende il pubblico non meno degli orchestrali, fu per me un’esperienza fortissima, un’esperienza di vita che mi fece riprendere lo studio della medicina in una prospettiva nuova: cercar di conoscere bene a quali condizioni la vita dell’uomo si esprime e cosa deve fare il medico per aiutare o ripristinare la salute che della vita è una manifestazione.

Capii, in pratica, che come nell’orchestra i vari strumenti devono essere in armonia non solo fra loro ma anche con la musica loro proposta – che sola dà senso al loro essere e al loro suonare – così quel ciak misterioso che è la salute si realizza se tutti gli organi funzionano in armonia fra loro e in armonia a un programma – il programma della vita – che dà significato, superandoli, a ciascuno e all’insieme.

Capii quindi, da un lato l’assurdità di considerare un organo senza tener conto degli altri; dall’altro la necessità di capire il programma dell’uomo intero – e non solo della somma dei suoi organi – per poter inserirvisi dentro e aiutare efficacemente il suo sviluppo. Ed era evidente per me, che avevo tanto osservato gli animali, la sostanziale differenza fra il programma di vita di uno di questi e quello di un uomo, per la presenza in quest’ultimo di un orientamento spirituale che coinvolge e trascende il determinismo delle leggi fisiche e biologiche.

Questo orientamento lo sentivo in me e mi dava la forza di non lasciarmi andare, come tanti della mia stessa età, a piaceri facili o a comportamenti non costruttivi. E lo notavo anche in altri universitari, per esempio Guglielmo Boselli, che giravano attorno all’Oratorio che da anni frequentavo.

Per cui un giorno con alcuni di loro decidemmo di iscriverci alla FUCI, anzi, di costituirne a Carpi una sezione.

La preparazione all’incontro

Cominciammo i “gruppi del Vangelo”. Ogni settimana qualcuno si preparava su un brano del Nuovo Testamento che poi commentava suscitando un dibattito fra i presenti.

lo non ero il presidente del gruppo, sentivo però molto fortemente la responsabilità della buona riuscita di questi incontri e facevo di tutto per trovare sempre nuovi elementi di interesse. Un giorno seppi che si teneva ad Assisi una settimana di studio sulla fede. Siccome i rapporti fra scienza e fede erano un problema per molti, decisi di andarvi anch’io.

Assisi si mi fece una grande impressione, soprattutto le “Carceri” dove tutto parlava di raccoglimento, di armonia, di santità. Poi la cripta con la tomba del Santo, così essenziale, così austera! Qui, una sera ascoltai una meditazione che un sacerdote faceva sulla fede. Non ricordo le sue parole ma ho vivo come fosse ora ciò che, mentre parlava, mi si chiarì dentro. La fede è dire a Qualcuno: “credo in te”, cioè ti ascolto, ti obbedisco, ti amo.

Mi bastò per tutta la sera e per tutta la notte! Al mattino presto mi alzai, uscii da solo e salii alla Rocca. L’aria fredda mi faceva lacrimare, ma dentro bruciavo di commozione.

Avevo una gran voglia di comunicare, ma non sapevo cosa, né a chi, volevo essere solo, ma la solitudine mi provocava sofferenza. Avrei desiderato stare sempre lassù e contemporaneamente sentivo di tornare in città con gli altri. Con l’intelligenza notavo tante contraddizioni, ma nel mio essere sperimentavo la pace.

Quando ridiscesi ad Assisi i miei compagni mi cercavano; non dissi nulla, ma uno di loro si accorse che qualcosa era successo. Saltai la colazione, non riuscii a seguire le conferenze: mi parevano così complicate e le parole così poco incisive! Tornai alla cripta; era tutta illuminata. Non avevo notato la sera prima che ci fosse tanta luce. Stetti lì a lungo con l’impressione di un colloquio che unificava tutte le mie facoltà, dando luce alla mente, vigore al corpo, sicurezza alla volontà: Signore, io credo in te! Che “presenza” la fede!

Quando uscii, mi domandai: “cosa racconterò a Carpi?” Ma la risposta non venne. Comprai allora qualche brochure, mi procurai gli “Atti” della settimana di studio e tornai a casa.

Il giorno della laurea fu una grande delusione per me. Mi trovai davanti una commissione distratta e accaldata (era il 18 luglio e faceva molto caldo) unicamente preoccupata – si sarebbe detto – di finire presto. E io che avevo preparato una tesi sperimentale che mi era costata molti mesi di lavoro! Quello che dissi non fu ascoltato e la stretta di mano che ne seguì con le congratulazioni “per aver conseguito il massimo dei voti e la lode” non cambiò l’impressione che fosse tutta una formalità. Soprattutto mi si confermò ciò su cui già avevo riflettuto durante gli anni dì università: che quel modo di essere “maestri – così chiamavamo allora i professori in cattedra – non poteva rappresentare per me un modello da seguire, ne una realizzazione che giustificasse il termine “arrivati” che correntemente si attribuiva loro.

Uscito dall’aula, andai in una chiesa e mi fermai a lungo, solo. Non ricordo cosa dissi, né cosa pensai, ma c’era in me una risoluzione forte: fare della mia professione una cosa vera, una realizzazione umana e cristiana che rappresentasse anche per altri un esempio e una testimonianza.

Alcuni mesi più tardi, dopo ricerche varie, mi trovai a Milano, iscritto alla specializzazione in anestesia, deciso ormai a intraprendere una carriera che si presentava allora nuova e promettente.

Vivevo modestamente in una stanzetta in affitto e consumavo i pasti alla “Cardinal Ferrari” un pensionato gestito dai Paolini, vicino alla clinica chirurgica che frequentavo. La mia giornata era molto piena e alla sera, dopo cena, andavo presto a letto.

L’incontro

Alla Cardinal Ferrari c’erano altri giovani professionisti – Oreste Basso, Piero Pasolini, Giorgio Battisti – tutti cristiani praticanti con i quali si fraternizzò ben presto. Prima di andare a riposare si parlava di politica, di economia, di religione e qualche volta anche di concerti alla Scala ai quali l’uno o l’altro aveva partecipato. lo rizzavo gli orecchi – la musica restava sempre la mia passione segreta – ma cercavo di non manifestarlo, data la scarsità delle mie finanze.

Una sera, appena entrato per la cena, mi sentii rivolgere una domanda: “Sei libero questa sera?”. Avendo questa richiesta tutta l’aria di un invito, pensai si trattasse della Scala e risposi prontamente di sì. “Vorrei presentarti una signorina…” Per mascherare il mio disappunto, cercai di inventare una scusa che mi permettesse di ritirarmi in buon ordine, ma la signorina in questione era già lì, di fronte a me, con la mano tesa: “sono Ginetta!” mi disse. “Piacere”, risposi distrattamente. “Sona contenta di conoscerla” replicò lei e fui colpito dal suo accento di sincerità. La cosa mi incuriosì e mi sedetti a tavola. Notai subito che attorno erano sedute molte persone, fra cui i miei amici ai quali lei aveva evidentemente già iniziato a parlare. Non volendo interrompere il discorso, e non volendo neanche entrarvi dentro, mi limitai a osservare.

Non avrei saputo dire quanti anni aveva, perché appariva giovane e matura al tempo stesso, né avrei saputo classificarla come professione (impiegata? studentessa?) cosa che di solito mi riusciva facile. Neppure la provenienza appariva evidente; mi stupì però che dicesse che a Milano aveva trovato tanti semafori, al che mi parve di poter dedurre che non veniva da una grande città. Ma le mie deduzioni non ebbero tempo di andar molto oltre perché fui colpito da quello che disse subito dopo: attraversando un crocicchio quando il semaforo era rosso, trovò dall’altra parte dell’incrocio un vigile che volle farle una contravvenzione. E lei subito pensò: “ma guarda, anche qui c’è qualcuno che esprime la volontà di Dio e la fa rispettare!” Fu per me un autentico shock. Se qualche volta mi era capitato di passare un semaforo rosso, avevo sempre trovato una scusa (non ho visto, sono medico, devo correre in fretta) e soprattutto mai avevo pensato che un vigile esprimesse la volontà di Dio.

Ero ancora sotto questa impressione quando Ginetta disse di aver visto, subito dopo, un ragazzino che scriveva con un carbone sul muro di una casa: abbasso Stalin. Gli aveva chiesto se sapeva chi fosse e, alla risposta che Stalin era il capo dei comunisti, lei aveva replicato: “è tuo fratello!”

Fu un nuovo colpo. Eravamo nel 49 e avevo ancora fresco il ricordo della campagna elettorale dell’anno precedente nella quale si era parlato tanto di Stalin, ma nessuno aveva affermato: è tuo fratello!

Lo stupore iniziale stava trasformandosi in meraviglia e l’impressione di sincerità avuta fin da principio stava diventando certezza di verità. Quello che Ginetta diceva era vero!

Mi disposi allora ad ascoltare con un atteggiamento diverso, ma proprio in quel momento si fece avanti il cameriere per far notare che il secondo si freddava (tutti ci eravamo fermati al primo) e Ginetta si ricordò improvvisamente di un appuntamento per un’ora già passata… Si terminò quindi in gran fretta e tutti, io compreso, ci precipitammo su un tram che ci portò vicino a una chiesa accanto alla quale un gruppo di persone ci attendeva. Nessuno parve accorgersi del ritardo ed entrati in una saletta, cominciò l’incontro.

Fu lì che per la prima volta sentii parlare dell’Ideale e di Chiara, e ascoltai il racconto di una storia – gli inizi del movimento – che mi investì con la forza di un messaggio rivoltomi personalmente. Me ne resi conto ancor meglio alla fine dell’incontro, constatando che molti fra i presenti non avevano provato quello che avevo sentito. Erano rimasti infatti quelli di prima, con qualche nozione in più, mentre io mi sentivo trasformato e nuovo, con una gran voglia di conoscere di più, di fare di più, di vivere di più. Provavo una strana sensazione stimolante e benefica al tempo stesso, dove pace e timore, appagamento e ricerca, gioia e dolore erano mescolati e trascesi in un benessere spirituale e fisico che aveva il sapore delle “beatitudini” e la novità del lieto annuncio del Vangelo.

Una nuova vita

Arrivato a casa, aprii la Bibbia e vi cercai la frase che più volte era stata ripetuta durante l’incontro: “Qualunque cosa avete fatta al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatta a me”. Volevo verificare se fosse proprio così, perché intuivo che da lì avrebbe dovuto partire la mia nuova vita. La trovai e la meditai a lungo: era proprio così, senza nessun “come” o “se” che ne avrebbero potuto attenuare l’assolutezza. Allora decisi di cominciare. Alzandomi cercai di non svegliare l’anziana affittacamere bisbetica e sempre scontenta. Salendo sul tram ringraziai, per la prima volta, il controllore quando mi porse, senza guardare, il biglietto; entrando in ospedale salutai per primo il portiere, ritenuto da tutti persona poco raccomandabile, e gli chiesi come stava e come aveva dormito la notte.

Dal suono della mia voce e da come mi rispose stupito mi accorsi di esser cambiato e questa impressione si ripeté poco dopo in sala operatoria quando mi trovai a considerare positivamente situazioni e persone che, ancora il giorno prima, avevo criticato e giudicato male.

“Se gli uomini sono cattivi è perché non sono stati abbastanza amati”. Questa frase che avevo udita spesso mi apparve ora in tutta la sua evidenza. Si trattava dunque di cambiare “dentro!”, di amare veramente ognuno e l’atteggiamento esterno ne sarebbe stata l’espressione visibile ed efficace. Il dilemma essere-agire non era più tale. Ciò che dissociava gli uomini e smembrava la società appariva risolto.

Si trattava soltanto di continuare ora a unificare tutto e tutti con un amore che solo Dio poteva avere e dare. Come aveva fatto Gesù. E accostandomi all’Eucaristia con una fede – direi una certezza – nuova, Gli chiesi che fosse Lui a informare la mia vita – il mio essere e agire – per realizzare con Chiara e le sue prime compagne quell’unità di cui la sera prima Ginetta aveva a lungo parlato. La giornata fu lunga e impegnativa. La quasi certezza che avevo avvertito al momento dell’Eucaristia, non era apparsa più tale in diverse situazioni presentatesi durante il giorno. Per cui arrivai alla sera stanchissimo e con un gran desiderio – direi un bisogno – di incontrare di nuovo Ginetta. La trovai come la sera prima, sorridente e serena, attorniata da un gruppo più numeroso di persone e le chiesi come facesse lei a mantenersi così, mentre io ero visibilmente stanco. Mi parlò dell’attimo presente e la cosa mi parve chiarificante. Ripartii soddisfatto. Il giorno dopo però non fu facile vivere l’attimo presente; spesse volte me ne dimenticai e qualche volta non mi sembro possibile. “Per esempio” – dissi a Ginetta incontrandola di nuovo – “quando qualcuno commette una ingiustizia o compie un atto immorale (era l’esperienza della giornata) come posso amarlo?” Sul momento non rispose, ma poco dopo, al gruppo riunitosi attorno a lei, parlò di Gesù Abbandonato. Io ebbi l’impressione di una luce così forte che non solo il mio problema fu risolto, ma tutti i problemi, compreso quello del dolore – che fin da ragazzo mi aveva spinto verso la professione medica e che restava per la stragrande maggioranza degli uomini un problema non risolto – si erano chiarificati.

E tutto era spiegato da quella luce: la vita stessa, l’amore!

Tutto appariva chiaro e io stesso mi sentivo chiaro, tutto pieno di luce. “Questa sera sei nato” mi disse Ginetta. lo avevo l’impressione di essere “nato” qualche sera prima, quando avevo sentito raccontare la storia dell’Ideale; era però vero che solo ora provavo una felicità piena che si identificava con la chiarezza (ma le parole non rendono l’impressione). Per cui ritenni anch’io di essere nato quella sera, di cui però non ricordo la data. Era comunque la fine del ’49.

Dopo qualche giorno Ginetta tornò a Trento e noi – Oreste, Piero, Giorgio e io – continuammo ad incontrarci ogni sera per  “fare unità”. Non veniva fuori granché, anche se ci raccontavamo le nostre esperienze e c’era tanta buona volontà da parte di ciascuno. Mettevamo in comune soprattutto i nostri fallimenti, questo, oltre a tenerci in umiltà, denotava che almeno l’idea di come avremmo dovuto vivere c’era entrata dentro. Comunque i nostri incontri terminavano sempre col programmare un ritorno di Ginetta o una nostra andata a Trento.

Intanto io avevo più volte invitato Guglielmo che frequentava anche lui la Cardinal Ferrari a conoscere “una signorina di Trento”. Una sera finalmente accettò, a malincuore – mi disse poi – perché un invito così formulato né gli garbava, né se lo aspettava da me. E al ritorno di Ginetta era presente anche lui. In quel periodo scrissi anche a mia madre parlandole della mia “scoperta” e, sapendo che stava per recarsi a Roma a un congresso del CIF, le diedi l’indirizzo del focolare.

Dopo una settimana la vidi arrivare a Milano, tutta raggiante, in compagnia di una suora alla quale già aveva parlato del focolare e che voleva far conoscere a Ginetta. Da quel momento gli incontri e la corrispondenza con mia madre assunsero un carattere nuovo e il rapporto fra noi si spostò su un altro piano.

Qualcosa di nuovo era avvenuto anche per quel che riguarda il mio stato fisico. Prima pensavo molto alla mia salute, mi proteggevo con sciarpa, cappello e guanti, e tenevo una dieta rigida per una sospettata ulcera duodenale. Ora il nuovo genere di vita mi rendeva spesso impossibile pensare, per esempio, a coprirmi quando dalla sala operatoria, con 22 gradi di temperatura, venivo chiamato d’urgenza in un padiglione al di là di un cortile pieno di neve. Allo stesso modo non mi veniva neppure in mente di mettere delle riserve quando, visitando un ammalato a casa sua, questi mi chiedeva di fermarmi a cena offrendomi di cuore quel poco o tanto che aveva. E constatai più tardi, con sorpresa, che mi erano spariti i dolori allo stomaco e che tante precauzioni di prima contro il freddo erano ora superflue. Da quel tempo infatti non portai più né sciarpa né cappello né guanti.

Un’altra grande novità fu per me il “bisogno” di partecipare ogni giorno alla Messa e di cibarmi dell’Eucaristia. Nessuno me lo aveva detto ma mi sembrò normale, avendo deciso di amare Gesù nel prossimo, amarLo nell’Eucaristia dove Egli è in corpo, sangue, anima e divinità. Per questo cominciai ad alzarmi prima al mattino per recarmi in chiesa, rinunciando spesso alla colazione per non far tardi al lavoro.

Prime esperienze

Nella clinica che frequentavo si dava molta importanza alla pratica, mentre lo studio teorico dell’anestesia era lasciato alla libera iniziativa degli specializzandi. Fu un’ottima occasione per concentrarmi sugli ammalati – diventati ormai “prossimi” – e per cercare di conoscerli e di trattarli con quell’amore sul quale, alla fine della vita, sarei state esaminato. Così facendo mi trovai ben presto avvantaggiato sui colleghi che, vedendo nei pazienti solo “casi” più o meno interessanti, non ottenevano i miei stessi risultati. Allo stesso modo cercavo di star vicino al capo-anestesista per aiutarlo nel suo lavoro, ed anche qui venni a scoprire tante cose che nessun libro riportava, tanto più che di libri di anestesia non ne esistevano. C’erano soltanto riviste, molto costose, nessuna in italiano, che occorreva richiedere all’estero e sulle quali, solo ogni tanto, si trovava un articolo interessante. Per cui occorreva tempo per scegliere, tradurre, per confrontare, e il profitto alla fine non era molto. Io poi col nuovo genere di vita, che mi faceva scoprire dappertutto prossimi bisognosi di aiuto, non riuscivo facilmente a concentrarmi in una preparazione teorica, tra l’altro non molto considerata dai nostri insegnanti.

Però, avvicinandosi gli esami, mi domandai se dovessi far qualcosa anche in questo senso. Non ebbi però modo di darmi una risposta perché i miei colleghi, sempre più preoccupati e nervosi cominciarono, a turno, a farmi partecipe del motivo della loro tensione: un articolo che non erano riusciti a capire, una formula che non ricordavano, un metodo che non appariva chiaro.

Praticamente la settimana prima degli esami fui quasi costretto, per la carità nei loro confronti, ad ascoltarli, a riesaminare con loro articoli, formule e metodi, e siccome le riviste erano già tradotte e molte nozioni già elaborate, mi feci senza volerlo un’ottima preparazione con relativamente poco sforzo. All’esame fummo tutti promossi ed io primo in graduatoria.

Questo risultato fu notato dal direttore della clinica che, dopo pochi giorni, mi offrì un lavoro con lui in una casa di cura privata. Era un posto molto ambito e ben retribuito, per cui molti si felicitarono con me. Tra loro c’era un collega, alla vigilia delle nozze, che non aveva nessuna sicurezza di sistemazione futura. Mi fu spontaneo quindi offrire a lui quel posto, e siccome il direttore voleva proprio me, feci di tutto per mettergli in luce le qualità del mio collega al punto che lo persuasi ad assumerlo. “O è matto, o c’è qualcosa – fu il commento che udii fare, non visto, da due colleghi che parlavano fra loro – ma siccome matto non è…” e non finirono la frase.

Questo “qualcosa” lo notarono molti e si rifletté anche sulla professione libera che occasionalmente esercitavo. Un giorno venni a conoscere una giovane donna, madre di due figli, che soffriva di insonnia. Aveva consultato molti medici, ognuno dei quali le aveva consigliate un sonnifero diverso, ma l’insonnia era rimasta. Per di più si era creata in lei una totale sfiducia nei medici e nelle medicine. Ascoltandola attentamente tirò fuori che il marito era disoccupato e che i bambini non stavano bene. Pensai che quella preoccupazione poteva essere la causa della sua insonnia. Infatti quando dopo alcuni giorni, attraverso i miei amici riuscii a trovare un lavoro per il marito e una sistemazione per i bambini, la donna ritrovò il sonno senza bisogno di farmaci. La cosa fu risaputa e aumentò rapidamente il numero di coloro che volevano essere visitati da me. Furono altrettante occasioni per mettere in pratica la carità e dar testimonianza, specialmente a chi mi conosceva prima, della nuova vita che avevo iniziato.

Una pausa al lavoro intensissimo fu rappresentata dall’estate che trascorsi, come assistente medico, in una colonia marina. Intanto Oreste, Piero e Giorgio avevano programmato le vacanze a Tonadico e mi invitarono ad andare con loro ma io, a causa dell’impegno preso in precedenza, dovetti rinunciare. Il collegamento con Ginetta fu mantenuto attraverso lettere settimanali che portavano la “parola di vita” e qualche notizia; lettere e notizie che trasmettevo a Guglielmo che stava prestando il servizio militare.

La colonia marina di Sarzana era costituita da un centinaio di bambini, da dieci vigilatrici tutte sui vent’anni, da un direttore, un cappellano – entrambi anziani – e da me. Essendo io l’unico giovane in mezzo a tante ragazze e avendo subito suscitato una certa curiosità a causa della Comunione quotidiana, cercai di tenermi appartato passando molto tempo in stanza a leggere e a scrivere.

Ma una notte una vigilatrice venne a svegliarmi perché un bambino stava male. Aveva la febbre alta e delirava. Non sapendo di cosa si trattasse, diedi un antipiretico e iniettai penicillina. La signorina mi assicurò di continuare le somministrazioni – in quel tempo la penicillina veniva iniettata ogni tre ore – ma io non ero tranquillo e stetti alzato tutta la notte per sorvegliare le condizioni del bambino. “Gli altri medici non facevano così – disse meravigliata la vigilatrice – perché non va a riposare?” Le parlai del “prossimo” e le dissi che cercavo di essere coerente col cristianesimo che professavo. Allora X… mi parlò di sé, della sua famiglia (18 fratelli oltre i genitori e una zia), del papà ormai anziano – un vero patriarca – pieno di saggezza e di esperienza, del cristianesimo che tutti insieme si aiutavano a vivere e della pace che regnava fra tutti, pur fra le immancabili difficoltà. Mi disse dell’amicizia che aveva legato suo padre a Pio X e al Cardinal Ferrari e del suo desiderio di essere “più brava” per essere all’altezza di ciò che papà e mamma le insegnavano continuamente.

Dal racconto di come si comportava coi fratelli e le sorelle, tutti più giovani di lei, mi pareva che fosse già abbastanza brava, e così le parlai dell’Ideale e della nuova vita che avevo conosciuto. Fu molto bello, e al mattino, che arrivò in un attimo, eravamo entrambi felici. Se ne accorsero tutti in colonia e questo mi consigliò di raddoppiare la prudenza, anche se non mi sarebbe sembrato vero di avere qualcuno con cui parlare liberamente. Ne scrissi a Ginetta e ne scrissi anche a un sacerdote di Carpi, amico di Guglielmo e mio, con cui un giorno si era parlato a lungo in FUCI sulla “scelta dello stato”.

Lui sosteneva che un giovane deve cercare una ragazza, se vuole sposarsi; io replicavo che bisognava solo stare attenti a ciò che Dio faceva capire. Siccome in quel mese si viveva la parola di vita “cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù” gli scrissi che in questa frase trovavo un’ulteriore conferma a ciò che già prima pensavo. Mentre però scrivevo, fui come folgorato da un’idea: la ragazza per me, Dio forse me l’aveva fatta trovare! Entrai in crisi perché, anche se confusamente, l’incontro con l’Ideale l’avevo percepito come una chiamata. Cosa significava ora questa nuova esperienza? Cercai di calmarmi e di non pensare. “A chi mi ama mi manifesterò” questa frase di Gesù che avevo sentito tante volte, era ora il momento di viverla più che mai. Mi buttai a giocare coi bambini sulla spiaggia, trovai un buon rapporto col direttore, e passai ore intere col cappellano che aveva tante cose da raccontare. Intanto X… scrisse a Ginetta la quale le rispose fissandole un appuntamento per dopo le vacanze.

Al ritorno dalla colonia estiva, ottenni un posto di assistente nella clinica chirurgica e divenni l’anestesista più richiesto dai chirurghi dei diversi reparti. Spinto dalla carità cercavo di far bene le cose e non mi preoccupavo del guadagno, elementi questi che furono entrambi molto apprezzati da tutti.

Il lavoro in clinica mi prese talmente che riuscii solo a tenere i contatti essenziali col Movimento, in pratica solo con Ginetta quando era a Milano.

Anche con X… mi incontravo solo al raduno della comunità e qualche volta ci sentivamo per telefono. “Mio padre vuol conoscerti” – mi disse un giorno – ed io, rubando un pomeriggio alla clinica, mi recai da lui. Fu un colloquio bellissimo, tutto spirituale, che mi riempì l’anima e me la dilatò sulla Chiesa passata, presente e futura. Veramente un patriarca, come aveva detto X… Mai avrei immaginato questo in un padre di famiglia. Di X… mi parlò solo per dirmi che gli sembrava fatta per essere una brava mamma. Quanto a me, seguissi “la mia strada”. Quando uscii dal colloquio ero sicuro che la mia strada non era il matrimonio.

Intanto nella clinica dove lavoravo avvennero degli spostamenti. L’aiuto-chirurgo vinse la cattedra di Pisa e chiese a me se volevo seguirlo. Mi offriva una bella carriera, un buon stipendio e la docenza. A me però interessava sapere cosa ne pensasse Ginetta e gliene parlai. Mi ascoltò a lungo e poi mi disse: “Porterai l’Ideale a Pisa”. E così partii.

A Pisa

Per il nuovo cattedratico “gli anni di Pisa” – come li chiamava lui nella speranza che fossero pochi – non furono facili. E lo staff che lo aveva seguito, di cui facevo parte anch’io, si trovò a dover iniziare un lavoro impegnativo, poco remunerato e di nessuna soddisfazione, con le conseguenze che si possono immaginare specialmente se si pensa che a tutti erano state fatte le stesse promesse: bella carriera, buon stipendio e docenza. (I degenti al nostro arrivo erano tre!) Per me le cose erano diverse. Intanto ero venuto per “portare l’Ideale a Pisa” e poi avevo già una certa esperienza di Gesù Abbandonato che, se mi si era manifestato all’inizio come luce, non aveva tardato a rivelarsi come dolore. Naturalmente non potevo dire a tutti che cosa mi spingeva a vedere sempre le cose “con ottimismo” – come dicevano loro. Trovavo volta a volta frasi diverse (per esempio: “è bello essere dei pionieri” oppure “quando torneremo a Milano ne parleremo come di tempi eroici” o più semplicemente “c’è chi sta peggio di noi”) e così traducevo in termini accessibili a tutti quell’alchimia che cercavo di operare ogni momento in me: trasformare il dolore in amore.

Abitavo in clinica e vi consumavo i pasti. La colazione invece la facevo fuori e così avevo una scusa poter uscire al mattino e recarmi in Cattedrale alla Messa delle 7.

A poco a poco la presenza del nuovo staff si fece notare e le persone cominciarono ad affluire. C’erano parecchie urgenza ed essendo io l’unico anestesista, divenne difficile per me essere libero ogni giorno alle sette. Per cui appena potevo mi recavo in una chiesa e chiedevo l’Eucarestia.

Questo in una città relativamente piccola com’era Pisa fu subito notato e riferito. Me ne accorsi dal modo nuovo – fra lo stupito e il curioso – con cui tutti, dal direttore al portiere, mi guardavano ed evitavano di chiedermi dove fossi stato, se rientravo in ritardo, o perché non volessi prendere nulla dopo mezzanotte (allora il digiuno eucaristico era richiesto da quell’ora).

C’erano in clinica due fratelli, Lucio e Publio, uno laureato da poco, l’altro studente in medicina, che seguivano con interesse il miglioramento operato dal nuovo staff e più volte avevano espresso – più coll’atteggiamento che con le parole – una certa simpatia per il mio modo di vivere. Un sabato pomeriggio mi invitarono a salire con loro sulla cima di un monte nelle Alpi Apuane per assistere alle 3.30 al sorgere del sole. Era un tipo di spettacolo che non mi entusiasmava, soprattutto perché mi sentivo quel giorno abbastanza stanco, e poi avevo appena ricevuto una lettera da Guglielmo che mi comunicava l’apertura del focolare di Firenze ed io ci volevo andare. Tuttavia non volli rifiutare l’invito e, dimenticando la stanchezza, dissi soltanto che l’indomani avrei dovuto essere a Firenze. Furono d’accordo, tanto più che al pomeriggio sarebbero tutti rientrati a Pisa. Così partimmo. Arrivati ai piedi della montagna scoprii che eravamo parecchi, ragazze e ragazzi, e seppi che dopo la salita ci aspettava un rifugio dove riposare alcune ore in attesa dell’alba. Ma giunti al rifugio, lo trovammo così sporco che nessuno volle coricarsi in quei letti. Si preferì aspettare seduti per terra. Ma la noia era visibile in tutti e io per riempire l’attesa, pensai di raccontare qualche fatterello comico di cui ero stato testimone. Riuscii così bene che volarono tre ore, al punto che rischiammo di non assistere al sorgere del sole.

Publio e Lucio furono molto meravigliati di conoscere in me un aspetto che non immaginavano, ma il più meravigliato fui io che per la prima volta assistevo a qualcosa che non sapevo spiegarmi. Poco dopo però quando mi accomiatai menzionando l’impegno di Firenze, Publio mi disse “vengo con te!” ed ebbi l’impressione di una chiamata. In viaggio gli parlai dell’Ideale, poi andammo in focolare e da quel giorno a Pisa fummo in due.

Fra i colleghi dello staff venuti da Milano ce n’era uno particolarmente vivace ed intelligente che, abituato al dinamismo di Milano, mordeva un po’ il freno in una città tranquilla come Pisa. Si sfogava così a correre in macchina. Naturalmente non gli piaceva essere da solo e gradì molto la mia compagnia in alcuni viaggi-corsa nelle città vicine. Quando mi chiese come mai non avessi paura di salire in macchina con lui, dato che nessuno – a cominciare dalla fidanzata – ci andava volentieri, gli parlai di Gesù nel prossimo e dell’amore che cercavo di avere per ognuno. Capì subito molto più di quello che pensavo – capì anche che non poteva mettere a repentaglio la mia vita – e cambiò molti suoi comportamenti, sia nel modo di guidare sia di trattare con i pazienti e si fece banditore – opportune et importune – della “novità” che lo aveva colpito. Più tardi notò il rapporto che avevo con Publio e… fummo tre. Seguirono poi Lucio e Flavia ed in poco tempo la clinica divenne un centro di vita per la nascente comunità di Pisa.

Lucio era fidanzato – fidanzato “grave”, dicevano scherzosamente i colleghi che, conoscendo la sua serietà, vedevano iniziato in lui un processo ormai irreversibile – e naturalmente fece conoscere lo spirito che ci legava alla sua ragazza, e lei ne parlò in famiglia. Fummo allora tutti invitati a un the, nel corso del quale con l’entusiasmo – e l’imprudenza – dei neofiti qualcuno parlò di lasciare padre, madre… e fidanzata. La cosa spiacque ai genitori, soprattutto alla madre che vedendo che svaniva il matrimonio della figlia (Lucio rappresentava un ottimo partito) divenne ben presto una accanita avversaria del Movimento, e ne parlò a tanti, a conoscenti e a non conoscenti, a sacerdoti e a carabinieri, alle persone presso cui faceva la spesa e al portiere della clinica dove io lavoravo.

Il risultato fu che in breve tempo tutti a Pisa – e anche fuori – seppero di noi e molti, volendo accertarsi personalmente, conobbero il Movimento.

Avvenne così di un sacerdote salesiano che ci invitò a parlare ai ragazzi dell’Oratorio – e quella sera “nacquero” Umberto Giannettoni e Vittorio Della Torre. Avvenne così del parroco di San Frediano a Settimo che ci presentò a una sessantina di persone riunite nel teatrino della sala parrocchiale – e alcuni divennero sostenitori entusiasti del Movimento. Ci conobbero anche a Livorno, all’Accademia Navale, e a Lucca, dove un giorno fui accompagnato presso un giovane paralizzato, Eolo Giovannelli, che fu subito profondamente colpito dalla nostra vita.

Qualche mese più tardi, Eolo, per una grave intossicazione, fu ricoverato nella clinica dove lavoravo. Era in coma e i medici del reparto dissero che non c’era nessuna probabilità di salvarlo. Avvertii tutti quelli che ci conoscevano, a Pisa, a San Frediano, a Livorno perché pregassero e facessero pregare, e io stesso mi recai nella chiesa dei Galletti dove l’Eucarestia è continuamente esposta. “Non mi sembra giusto – dicevo – che muoia così presto… l’incontro con il Movimento è appena avvenuto… non ha ancora avuto modo di testimoniarlo e di portare frutti… però, Signore, sia fatta la Tua volontà”.

Rientrato in ospedale, Eolo aveva ripreso coscienza e i medici erano ora ottimisti perché “aveva reagito bene alle cure”.

Da quel giorno Eolo divenne un punto di incontro per moltissimi giovani che, a voIte, invadevano letteralmente la clinica, stipandosi in portineria quando non si poteva entrare in sala, o rifugiandosi nella mia stanza, in attesa che io li accompagnassi da lui. Naturalmente, il responsabile di tanto via vai fui ritenuto io, soprattutto perché all’ora dei pasti ero spesso in ritardo o, peggio ancora, condividevo il mio cibo con qualche ragazzo venuto da lontano per conoscere Eolo.

Questo creò qualche difficoltà col personale della clinica, ma fu anche l’occasione per constatare che nel nostro modo di vivere c’era qualcosa di nuovo che stava cambiando l’intero ospedale.

Se ne accorse anche un medico di La Spezia, Enrico Cavallini, venuto a Pisa per chiedermi di frequentare, come osservatore, la scuola di anestesia che intanto io avevo iniziato. Appartenendo egli a un’altra scuola e rappresentando quindi un futuro concorrente, si attendeva di non essere bene accolto. Ma l’atmosfera che trovò in clinica lo prese a tal punto che, nel giro di pochi mesi, cambiò il suo comportamento esterno, le sue convinzioni ideologiche e religiose.

“Ora credo in Dio – disse un giorno – non perché me ne avete parlato, ma perché stando con voi io sono totalmente cambiato e riconosco vere tante cose della religione che conoscevo fin da ragazzo ma che non avevo mai visto praticate”.

La prima ad accorgersi di questo cambiamento fu naturalmente la moglie che ne parlò ad altri, e così il Movimento fu conosciuto anche a La Spezia.

Umberto e Vittorio, cui si erano aggiunti altri dell’Oratorio dei Salesiani, manifestarono ben presto il desiderio di poter partecipare ogni giorno alla Messa, ma la cosa fu ostacolata dai genitori che non capivano il cambiamento dei loro figli. Ci fu perfino chi parlò di “mania religiosa” e si strinsero i freni. Risultato: i ragazzi scappavano di casa, mettevano avanti gli orologi per uscire prima, rinunciavano alla colazione per poter ricevere l’Eucarestia. La Domenica poi tutti partivano, in treno, in autostop o con mezzi diversi, per Firenze, per passare almeno qualche ora in focolare.

Il focolare maschile, dopo una sistemazione provvisoria in casa della mamma di Vita – che in quel tempo si trovava a Roma – si era stabilito in due stanzette prese in affitto, in Via Del Prato, e due focolarini vi erano venuti a vivere.

Il locale era più che modesto: un unico vano diviso in due stanzette, con un unica finestra. C’era un lavandino, che serviva per tutti gli usi, e due lettini che durante il giorno erano utilizzati per sedervisi. C’era poi una specie di poltrona che serviva per dormire quando si superava il numero di due.

La prima volta che trascorsi la notte in focolare vi dormii sopra io. E quando, il fine settimana successivo, portai in focolare un giovane di Pisa interessato a conoscere il Movimento, la poltrona servì per lui e io mi distesi… sul tavolo.

Guardando ora, a distanza di anni, questi “primi tempi”, tante cose possono sembrare strane, e certamente anche allora apparivano tali a chi guardava dal di fuori. Ma, vissuta dal di dentro, questa esperienza era semplicemente “nuova”, della novità del Vangelo, era la risposta a una chiamata a vivere insieme – anzi, in unità – il messaggio di Gesù secondo il modello che ci offriva Chiara e le sue prime compagne.

Intanto a Pisa la scuola di anestesia si faceva un nome e da Milano venne un giovane medico, Giuseppe Tradigo, che chiese di poter frequentare il corso che io tenevo. Bastarono pochi giorni perché Pino (così fu chiamato subito, famigliarmente) non solo fosse sempre presente alle mie lezioni e al mio fianco in sala operatoria, ma non mi lasciasse mai solo. E siccome ogni mattina mi recavo alla Messa, venne anche lui, e agli incontri del Movimento, a Pisa, a Livorno, a Firenze, partecipò sempre. Ben presto sentì che il focolare lo attirava e – comunicata la cosa ai genitori e disdetti gli impegni professionali che avrebbero potuto condizionare la sua completa disponibilità – vi portò le poche cose di sua proprietà e entrò a far parte della comunità.

Tutti questi fatti, di cui l’intera Pisa era a conoscenza, furono l’occasione di un incontro col Vescovo, dal quale mi recai con un focolarino di Firenze.

All’inizio, Mons. Camozzo era molto serio: troppe cose aveva sentito dire – e non tutte esatte – sul conto dei focolarini. Ma, a mano a mano che io gli raccontavo come cercassimo di vivere il Vangelo, si rasserenò, fece molte domande e approvò tutte le mie risposte. Soprattutto fu colpito quando apprese che di focolarini, a Pisa, c’ero solo io. Ciò che era avvenuto nella sua diocesi non era certo proporzionato alla presenza di una sola persona che, oltre tutto, passava la sua giornata quasi interamente in sala operatoria!

Gli chiesi se pensava di darci un sacerdote come assistente, ma rispose che non ce n’era bisogno. “Continui con le sue ispirazioni – mi disse – io sono contento così”.

La clinica chirurgica era diventata il punto di riferimento di quanti, a Pisa, volevano vivere lo spirito del focolare. Io, più che potevo, cercavo di incontrarmi con loro fuori dal recinto dell’ospedale, ma non sempre era possibile.

Un giorno venne a trovarmi una ragazza di una città vicina che aveva sentito parlare del Movimento e voleva sapere tante cose. La ricevetti in portineria e per circa mezz’ora risposi alle sue domande. Se ne andò molto contenta, anzi, entusiasta.

Due settimane più tardi il portiere mi fece sapere che, durante una mia assenza, si era presentato un signore chiedendo di me, con un fare agitato e aggressivo. Veniva dalla stessa città della ragazza, ma io non associai le cose.

Lo stesso giorno, mentre mi trovavo in sala operatoria, il portiere mi avvertì che quel signore era tornato e mi attendeva. Risposi che sarei stato libero solo dopo due ore e continuai il lavoro. Viceversa l’intervento terminò prima del previsto, e siccome Enrico, che abitava a La Spezia, mi chiese se potevo accompagnarlo subito al treno, io salii subito in macchina, passando dal sottosuolo cui si accedeva direttamente dalla sala operatoria, e partii di corsa alla volta della stazione ferroviaria. Quando rientrai, il portiere mi disse che quel signore, vedendomi partire, si era messo a gridare: “E’ scappato, e’ scappato” e aveva cercato di rincorrermi. La cosa mi apparve strana, ma non seppi che cosa pensare.

Il giorno seguente sabato e, dopo il lavoro, andai a Firenze in focolare. Ero appena uscito dall’ospedale che il solito signore si presentò in portineria e, saputo che ero appena partito, esclamò: “Ma mi scappa sempre!” Chiese dove potevo essere andato e il portiere gli diede l’indirizzo del focolare. Senonchè quella sera io avevo una lettera da consegnare al focolare femminile, e mi ci recai subito, appena arrivato a Firenze.

Il signore arrivò al focolare maschile, cercò di me, seppe che non ero ancora giunto e mi attese. Più tardi io telefonai per giustificare il mio ritardo e mi dissero che qualcuno mi aspettava. Chiesi chi era, ma il misterioso signore non volle dirlo; chiese invece lui ai focolarini l’indirizzo del focolare femminile e, saputolo, uscì di corsa senza salutare.

Quando rientrai e mi raccontarono la scena, io riconobbi, dalla descrizione del signore e del suo comportamento agitato, la stessa persona che mi aveva già alcune volte cercato a Pisa. Non lo associai però ancora alla ragazza che una ventina di giorni prima era venuta a chiedermi notizie sul Movimento.

Il collegamento lo feci poco dopo, quando dal focolare femminile mi telefonarono dicendo che il signore in questione era arrivato là cercando, agitatissimo, di me. Saputo che ero appena partito, aveva dato sfogo a una collera disordinata, lasciandosi scappare alcune frasi nelle quali si parlava di “malocchio” del quale sua figlia era stata vittima incontrando un medico di Pisa, malocchio da cui egli voleva liberarla uccidendo il suddetto medico. Per attuare questo progetto, si era licenziato dal lavoro riscuotendo la liquidazione, che aveva consegnata alla moglie prevedendo che sarebbe finito in prigione, somma dalla quale aveva trattenuto solo il necessario per acquistare una rivoltella… Ma il medico sempre gli sfuggiva.

Le focolarine cercarono di calmarlo, si fecero dire in cosa consistesse questo malocchio e seppero che la ragazza aveva improvvisamente cambiato modo di fare: prima si vestiva con eleganza, partecipava a feste da ballo, le piaceva essere corteggiata, mentre ora si vestiva modestamente, non usciva più alla sera, parlava di lasciare la famiglia e di non volersi sposare.

Le focolarine dissero che certamente si trattava di un malinteso e, non so come, riuscirono a convincerlo che tutto poteva risolversi in modo diverso da quello che lui pensava.

“A questo punto – mi spiegò una focolarina al telefono – il padre chiese come garanzia che tu non incontrassi più sua figlia. E io – continuò – gliel’ho assicurato, supponendo che tu fossi d’accordo”. lo certo ero d’accordo, ma dato che era stata la ragazza a incontrarmi di sua iniziativa, non ero affatto sicuro che non l’avrebbe fatto ancora. Per cui vissi alcuni giorni non tranquillo… e ogni volta che il portiere mi diceva al citofono che qualcuno mi aspettava all’ingresso, mi preparavo al peggio.

Invece la cosa non ebbe seguito. Qualche mese più tardi seppi che la ragazza si era fidanzata, con grande soddisfazione dei genitori e che il padre aveva ripreso il lavoro restituendo la liquidazione. Per me però fu un’esperienza profonda, che comunicata e sofferta insieme a tutta la comunità, ci strinse ancora di più fra noi e contemporaneamente fece conoscere ad altri il Movimento.

Parecchi colleghi più anziani di me si domandavano come mai il direttore avesse preferito me, più giovane, proponendomi per un titolo – la docenza – cui sarebbe corrisposta una posizione anche economica di privilegio.

Oltre a essere più giovane, mi accusavano di fare “quello che volevo” a differenza di loro che eseguivano alla lettera – dicevano – tutto ciò che il “capo” disponeva.

Certo, il mio atteggiamento nei riguardi del direttore non poteva evidentemente essere qualificato come “servile”, ma l’innegabile novità che il nostro modo vivere aveva portato – dico “nostro” perché eravamo ormai in sei a vivere nella clinica l’ideale dei focolarini – non poteva in alcun modo definirsi come “fare ciò che si vuole”. Era piuttosto un non conformarsi a ciò che di vecchio, di rutinario, di egoistico poteva esserci nell’ambiente per cercare invece di cogliere lo spirito con cui venivano espresse le varie esigenze dai responsabili della clinica e dagli ammalati. Era un pagare di persona quando altri avessero sbagliato, era andare contro corrente quando questa portasse a omissioni o ingiustizie.

Faccio un esempio: per un incidente operatorio dovuto a imperizia di un chirurgo, una giovane sposa si trovava in stato di shoc dal quale, non essendoci sangue da trasfondere sembrava impossibile recuperarla. Il marito della donna, un tipo violento e passionale, aveva precedentemente avvertito il chirurgo che se l’intervento – secondo lui non necessario e che invece il chirurgo ci teneva a fare – non fosse riuscito, lo avrebbe “fatto fuori” con una coltellata.

Il mattino dell’incidente il chirurgo, ricordandosi della minaccia, scappò dalla sala operatoria e il marito, accortosene, arrivò furioso fino alla soglia della sala deciso – diceva – a far fuori qualsiasi altro medico vi avesse trovato. Allora scapparono tutti: l’aiuto chirurgo, gli assistenti, perfino gli infermieri e le crocerossine. Rimasi solo io che cercavo, coi pochi mezzi che avevo a disposizione, di rianimare la donna; mentre la suora, fra una telefonata e un’altra per chiedere sangue con urgenza, veniva a dirmi sottovoce che il marito mi aspettava fuori dalla porta, e andava da lui cercando di convincerlo che la moglie era ancora viva…

Mentre scrivo, mi sembra impossibile che certe cose potessero avvenire appena trent’anni orsono, eppure sono tutte stampate in me, non solo per la loro drammaticità ma per il riferimento alla nuova vita che avevo iniziato, nella quale Dio si manifestava sempre come Amore.

Comunque, dopo otto ore di rianimazione, senza che nessuno mi prestasse aiuto – l’unica presenza era quella della suora che ogni tanto mi proponeva un caffè – la donna si riprese e il marito desistette – e me lo disse – dal suo pazzo proposito. Particolare interessante: il chirurgo e gli altri medici che, dopo la fuga del mattino erano poi rientrati in clinica pensando che dopo tante ore fosse tutto finito, venendo invece a sapere che la donna era ancora in sala operatoria, mi mandavano dei messaggi per invitarmi a lasciar perdere, a non insistere, a sgombrare la sala. Uno mi chiese addirittura se avevo scambiato la sala operatoria per una camera mortuaria…

Quando poi si sparse la voce che la donna era viva piovvero i sorrisi e le congratulazioni di tutti e venne anche una manata sulle spalle da parte del direttore, accompagnata da un “lo sapevo che di te ci si puo’ fidare”.

Faccio un altro esempio: una sera tardi ricoverarono d’urgenza un ammalato grave sulla cui diagnosi il chirurgo e il radiologo non si mettevano d’accordo. Io mi trovai a passare per caso mentre i due – altercando – si attribuivano reciprocamente la causa della mancata diagnosi. Mi fermai, chiesi di vedere l’ammalato anche se non era di mia competenza e mi risposero: “fai pure, tanto fra dieci minuti è morto”.

Effettivamente la situazione appariva disperata: cianosi, dispnea, addome teso, polso a 180. Feci alcune domande, ma il paziente parve non sentire. Siccome però muoveva le labbra, io avvicinai l’orecchio per ascoltare e udii che bestemmiava. “Tanto fra dieci minuti è morto” ricordai. Corsi al telefono, chiamai il direttore, gli dissi che c’era un caso urgente da operare e che venisse subito. Arrivò un po’ assonnato e un po’ di malavoglia. “Di che si tratta?” domandò “Di addome acuto” “la causa?” “La vedrà lei stesso”.

Questa frase che per me significava “la diagnosi deve farla lei”, per il chirurgo risultò invece come se avessi detto: “E’ così evidente che non devo dirgliela io” e questo gli diede sicurezza e non ci fece perder tempo nella ricerca della causa che – ne ero sicuro – si sarebbe scoperta ad addome aperto.

Iniziata l’operazione si notò subito un enorme distensione dello stomaco che fu sufficiente svuotare perché, in pochi secondi, ritornassero normali il respiro e la circolazione. Dopo di che si trovò la causa (una aderenza da precedente intervento che fu subito tagliata) e l’operazione continuò liscia e abbastanza facile con grande soddisfazione di tutti.

Anche il chirurgo e il radiologo che un’ora prima avevano pronosticato la morte a breve scadenza, si attribuivano ora ciascuno il merito della riuscita, affermando solennemente: “quando non si fa la diagnosi, val sempre la pena di aprire…”

Quando il paziente lasciò l’ospedale, ormai perfettamente guarito, volle ringraziarmi. “Le devo la vita, dottore”. “Non a me ma a Dio che mi ha fatto trovare lì quando lei è arrivato”.

“Ma io vorrei fare qualcosa per lei” “allora mi faccia questo favore. Entri nella prima chiesa che trova, accenda una candela all’altare del Santissimo e Gli dica, a nome mio, che Lo ringrazio”.

Nonostante il direttore della clinica dicesse a tutti che mi avrebbe portato alla docenza, di fatto non si diede molto da fare. La prassi corrente esige che i cattedratici si scrivano, si scambino favori, prendano impegni reciproci, procurino raccomandazioni, e tante altre cose che vanno preparate molto tempo prima. lo invece mi trovai il giorno degli esami di fronte a una commissione che non mi conosceva, avendo come unica chance di riuscita la mia preparazione teorica, l’esperienza pratica e le pubblicazioni fatte. Per i primi due giorni d’esame non apparve nulla che mi permettesse di venire in luce. Veniva invece sempre più evidente, dal comportamento dei commissari e da alcune indiscrezioni, chi erano i preferiti. Il terzo giorno era quello della “lectio coram”. Si trattava di una vera e propria lezione, della durata di 40 minuti, che il candidato alla docenza doveva improvvisare, su un argomento tirato a sorte.

Essendo io l’ultimo in ordine alfabetico, quando mi presentai trovai i commissari stanchi e distratti. Invece di tre erano due, perché il terzo era uscito dall’aula. Uno di loro mi chiese il cognome, che faticò ripetere, poi mi disse: “Cominci pure” e nello stesso istante si mise a scrivere un telegramma da consegnare al portiere chiamato lì apposta. L’altro commissario sfogliava una dispensa – non mia – e prendeva appunti su di essa. Vista la situazione, io attesi a cominciare e quando il commissario – quello del telegramma – mi ripeté di cominciare risposi: “Aspetto che lei abbia finito e che la commissione mi ascolti”. Queste parole ebbero un effetto al di là delle mie previsioni. Smisero di scrivere, fecero chiamare il terzo commissario e, guardato l’orologio, si accinsero ad ascoltare. Avevo l’impressione che fossero un po’ seccati da questa mia pretesa, e questo aumentò ancora il mio impegno per dar loro qualcosa di valido. Evitai quindi di dilungarmi nelle premesse e venni subito al nucleo della lezione. Parlavo con concentrazione e rapidamente. Facendo cosiì non ne avrei certo avuto per i 40 minuti previsti, ma era l’unico modo per tenerli attenti. A un dato momento si guardarono, si scambiarono un cenno, poi uno di loro mi disse: “basta cos’”. Erano trascorsi 12 minuti. Mi diedero la mano e mi sorrisero. Mi sembravano soddisfatti. All’uscita, dei miei colleghi non c’era più nessuno, solo due focolarini che mi aspettavamo per dirmi che ero atteso ad Assisi per un incontro del Movimento. Il risultato mi fu comunicato un mese più tardi: era positivo!

Partecipare alla Messa quotidiana era sempre più difficile, dati gli orari che non coincidevano col servizio in sala operatoria. Una mattina corsi in cattedrale durante un intervallo e trovai un sacerdote che stava celebrando a un altare laterale. Un’anziana signora, che poi seppi essere sua madre, era inginocchiata alla balaustra e, al momento della comunione, mi misi accanto a lei. Il sacerdote che aveva riservato per lei un’ostia, la spezzò e me ne diede la metà. Il giorno dopo corsi di nuovo in cattedrale alla stessa ora e mi accorsi che il sacerdote aveva consacrato due ostie piccole, una per sua madre e un’altra – evidentemente – per me. lo però non ero solo perché Publio mi aveva seguito. Allora il sacerdote divise in due un’ostia e così facemmo la comunione tutti. Il mattino successivo a Publio si era associato Lucio, e il sacerdote, che pure aveva aumentato di una il numero delle ostie, fu costretto a dividerla per darne una metà a Lucio. La cosa si ripeté il giorno dopo, essendosi aggiunto Enrico, e il giorno dopo ancora, per Umberto e Vittorio, finché arrivammo a undici. A questo punto il sacerdote mise addirittura un ciborio nel piccolo tabernacolo e quell’altare – che notammo allora essere quello della Madonna – conservò da quel giorno l’Eucarestia.

Questo fatto ci piacque perché ci parve significativo che la presenza di persone che volevano essere unite nel nome di Gesù fosse stata occasione per una presenza di Gesù Eucarestia sotto lo sguardo di Maria. In quel tempo non capivamo tanti rapporti che più tardi il Movimento avrebbe sviluppato – l’Eucarestia, Gesù in mezzo, la Chiesa, Maria – neppure si parlava di “Opera di Maria”, nome che solo più tardi venne dato al Movimento dei Focolari – ma si intuiva il legame misterioso che univa le diverse espressioni di una vita che voleva essere la vita stessa di Gesù.

All’uscita dalla messa ci fu ogni volta il problema della colazione; siccome i soldi erano pochi e noi eravamo tanti, ci si limitava in genere a un cappuccino che consumavamo in un bar accanto alla cattedrale. Un giorno qualcuno scoprì un tipo di pasta alla mandorla così pesante che restava sullo stomaco – così diceva lui – per parecchie ore. Ci parve la soluzione, dato che il cappuccino invece se ne andava in fretta… Però l’esperienza non fu la stessa per tutti. Comunque nessuno defezionò, anzi il gruppetto aumentò di numero: partecipare alla Messa, rileggere insieme il Vangelo del giorno, comunicarci nel breve tempo della colazione le esperienze della nostra giornata, fare propositi di vita nuova, era un cibo ben più sostanziale di quello che ciascuno avrebbe trovato a casa sua.

Una domenica i focolarini di Firenze mi chiesero di recarmi da una ventina di persone del Movimento per invitarle a un incontro la domenica successiva. Era caldo, e tutta la giornata la trascorsi cercando di raggiungere a piedi le suddette persone. Ma alcune non c’erano, altre erano occupate, altre dissero chiaramente di no. Alla sera ero proprio stanco e parecchio addolorato. “Come mai – mi domandavo – forse non le ho abbastanza amate per convincerle? Forse non ho avuto abbastanza fede?”

Mentre rientravo, mi raggiunse in motocicletta un focolarino: “vieni subito con me – mi disse – il figlio di… ha avuto un incidente”. Salii sul sedile posteriore della moto e partimmo; l’Ospedale era a una quindicina di chilometri, faceva ormai scuro e nonostante la giornata fosse stata calda, ora – specialmente correndo veloci – faceva freddo. lo mi tenevo rannicchiato dietro al focolarino che guidava, quando improvvisamente questi rallentò e si fermò. Alzai la testa per vedere cosa c’era e vidi una processione che veniva verso di noi. Scendemmo e ci raccogliemmo nell’attesa di poter proseguire. C’erano i chierichetti con i ceri accesi, i sacerdoti con le cotte bianche, il baldacchino e l’ostensorio dorato, tenuto in alto dal sacerdote. Mi feci, come tutti, il segno della croce e, quasi senza pensarci, mi attardai a fissare l’Ostia. Quel disco bianco appariva ai miei occhi – e ancor più alla mia anima – più bianco dei camici dei sacerdoti, più luminoso della luce dei ceri, più prezioso dell’oro dell’ostensorio. A tal punto che tutto ciò che gli faceva da contorno sembrava non avesse valore. E non si sarebbe neanche detto un disco ma qualcosa che aveva un volume, quasi un piccolo globo che – forse per la luce del crepuscolo – appariva ora con sfumature cerulee. “L’Ostia non è infatti qualcosa – mi venne spontaneo pensare – è Qualcuno!” E il pensiero divenne preghiera: “Ti ho cercato tutto il giorno, Signore, ora ti trovo”. La processione era terminata e io continuavo a starmene raccolto. “Che hai?” mi chiese il focolarino che mi accompagnava. “Abbiamo incontrato il Signore”. Non riuscii a dire altro, ma il focolarino intuì. Ripartimmo e io non sentivo più freddo…