5 – Commento al Vangelo: “Perché parli alla gente in parabole?”

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Loc. Campo Azzurro Loppiano (Fi)

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PREMESSA

Quella che segue è una trascrizione da un commento di Maras al Vangelo del giorno. Si tratta quindi di una trascrizione di un parlato che espressamente non abbiamo voluto cambiare per rispetto dell’autore ben sapendo che al lettore richiederà un supplemento di attenzione. Maras in queste conversazioni, partiva dalle letture del giorno e le commentava direttamente senza nessun altro supporto se non il Vangelo e l’attenzione di chi ascoltava.

“Allora i discepoli di Gesù si avvicinarono a lui e gli domandarono. – Perché, quando parli alla gente, usi le parabole? Gesù rispose: – A voi Dio fa conoscere apertamente i misteri del suo regno, ma agli altri no. Perché, chi ha molto riceverà ancor di più e sarà nell’abbondanza; a chi ha poco, invece, porteranno via anche quel poco che ha. Per questo parlo in parabole: perché guardano e non vedono, ascoltano e non capiscono…”  (Mt. 13, 10).

E’ uno dei punti più misteriosi del Vangelo perché Gesù dice che lui parla in un modo che alcuni non capiscono e quindi, siccome non capiscono, non si convertono, perciò non sono guariti, salvati. Sembrerebbe che Gesù, se vuole, può farsi capire. Ma queste persone che non vedono o non odono è certamente per loro colpa, perché si sono abituati a tener l’occhio chiuso e non vedono, l’orecchio duro e non sentono.

Già Isaia aveva detto questo: voi udirete, ma non quello che si dice; voi crederete di vedere, ma non quel che c’è, vedete un’apparenza, ma non al di là; le orecchie sentono, ma non quello che c’è; il vostro cuore non capisce. Per queste persone che, volontariamente, si sono abituate a non amare Gesù parla in parabole, cioè racconta una storia che chi non ha orecchio per intendere crede sia solo un racconto. Invece Gesù dice che chi ha il cuore aperto capisce cosa lui vuol dire, non cosa lui ha detto.  Gesù dice ai suoi: beati voi perché vedete qualcosa che molti han desiderato vedere o udire e non hanno udito. Egli distingue chiaramente i Suoi che capiscono dai non-suoi, cioè quelli che si fermano alla parabola.

Continuamente Dio appare nel mondo, vi si manifesta attraverso dei segni ed attraverso Gesù, ma molti vedono questa manifestazione non come manifestazione di Dio, ma come un fatto. Tutta la creazione, molti dicono, che è una cosa normale: c’è il giorno poi la notte, la primavera e poi l’autunno. Chi invece ha l’occhio puro vede in questo la manifestazione di Dio, vede Dio che ha creato il giorno e la notte, il cielo e la terra. Così è per Gesù.

Quando qualcuno parla, uno può fermarsi a dire: “Ha parlato Chiara o Maras o il tale”. Un altro che ha il cuore aperto dice: “Dio mi ha parlato, mi ha chiamato, mi ha rivoluzionato”. Allora dipende da noi: allenarci ad avere l’occhio puro, l’orecchio sensibile, il cuore aperto per riuscire a cogliere al di là della parabola, Dio che parla. Al di là dei segni bisogna andare a Colui che manda i segni, che è sempre nascosto, invisibile.  Quindi, questo lavoro di semplificazione, cioè aver l’occhio semplice e vedere solo Dio, amare solo Dio; (questo lavoro) di purificazione è necessario perché diversamente vediamo sempre tante cose, tante persone, tanti fatti, amiamo sempre tante persone o fatti ed invece è Dio solo che dobbiamo amare con tutto il cuore, l’intelligenza tutta, la sensibilità: è il primo comandamento, già prima di Gesù. Ama Dio con tutto il cuore, non ama Dio con tante cose. E questa è unità.

Loc. Montelfi Loppiano (Fi)

Loc. Montelfi Loppiano (Fi)

 

Quando parliamo dell’unità…

Quando parliamo dell’unità non capiamo bene cos’è. L’unità è Dio, quindi fare unità vuol dire andare al di là di tutti i segni, apparenze, manifestazioni di Dio, per arrivare a Dio solo. Dio che vive in noi, che parla in noi, che si esprime attraverso circostanze, come la notte, la pioggia, un film. Questo è l’unico lavoro da fare: poi, sviluppandoci, capiamo anche tante espressioni di Dio, sicché siamo persone che non solo dicono: “Amore di Dio, volontà di Dio”, ma amiamo il prossimo, lo ascoltiamo, facciamo la sua volontà, però senza perder di vista il primo comandamento che è il più importante. La vita cristiana non è una semplificazione semplicistica, portare tutto a Dio e dimenticare le manifestazioni di Dio (Gesù è una manifestazione di Dio, ricordarsi che è figlio di Dio): questo è un lavoro molto importante.

Perché la storia dell’umanità è come la storia di un uomo che si evolve e fa sempre gli stessi sbagli. All’inizio non crede in Dio ma negli idoli (ciò che si sente e vede), dopo si converte e, al di là del sensibile, capisce e ama Dio. Allora esclude tutto l’umano e la creazione, odia padre e madre, odia veramente (odio = non m’interessa, io ti ignoro). Però bisogna amare ed essere uomini. Quando si dice che dobbiamo essere uomini, cioè non solo figli di Dio, ma anche uomini, vale che prima di tutto siamo figli di Dio e poi uomini. Se dimentichiamo questo e vogliamo fare un umanesimo, dove tutti stanno bene, è un’illusione e anche se lo facciamo Dio non lo vuole, perché Lui vuole che abbiamo orecchi per intendere la sua voce, occhi per vedere il suo lavoro e cuore per amarlo. Poi questo cuore con cui amiamo Dio, anche coll’affetto e col sentimento, e che è un cuore di carne, lo usiamo anche con i fratelli, ma è questo, non un altro cuore. Non c’è un amore spirituale per Dio e un amore di carne per il prossimo: è l’amore spirituale e di carne per Dio che poi esprimiamo per il fratello. L’ammirazione grande per Dio e per le sue opere è sempre conseguenza di questo amore per Lui.

L’ho visto in mezzo a noi

Gesù, che era la fusione perfetta fra Dio e uomo, questa sintesi, dice: Beati voi che mi capite, perché molte persone hanno sperato di realizzare questa sintesi fra divino ed umano, fra uno e molteplice e non l’hanno potuto. L’hanno sperato i profeti, gli uomini di buona volontà e tutti noi. Da bambino avrei voluto nascere al tempo di Gesù e vederlo, poi l’ho visto in mezzo a noi, quando, per una grazia, ho avuto l’occhio semplice di vedere che non era un popo ma Gesù in quel raduno ed ho visto l’uno, l’unità: “Non mi manca niente”, vedo quel che han visto gli apostoli. Dopo questa semplificazione del mio occhio e della mia sensibilità ho capito com’è duro! All’inizio è un miracolo che Dio fa per cui vediamo e sentiamo; dopo, prima di capire dobbiamo purificarci, rinnegare noi stessi, credere, però il risultato è lo stesso.

Occhi capaci di vedere al di là

Quando abbiamo lavorato su noi stessi con la fede e la carità, dopo vediamo che riusciamo a cogliere l’unità, cioè Dio. Allora noi pure diciamo gloria a Dio perché ha fatto queste cose grandi. E viene il desiderio di far conoscere questa realtà, quest’unità, questo Gesù a tutti: questo è l’apostolato, dare agli altri ciò che abbiamo ricevuto, chiamarli al banchetto, a vivere insieme questa realtà che è Gesù, che è Dio. Quindi un senso di gratitudine profonda sempre per quello che Gesù ci ha fatto ed anche il dolore che molti uomini sentono come dolore, quando riusciamo a capire che è amore, a sentire che è Dio, la sua mano potente, anche qui diciamo “Grazie Padre perché mi hai chiamato a vedere quello che gli altri non vedono. Gli altri vedono dolore, io vedo amore. Il sentimento più cristiano è l’amore che rende grazie per averci dato occhi capaci di vedere al di là dell’esperienza, dell’avvenimento, del racconto, della parabola…”. E a chi ha questo saper vedere, allora verrà dato in abbondanza, a chi vede solo la parabola, gli verrà tolto, perché questo fatto, quest’esperienza raccontata finisce. Chi sa vedere entra in una dimensione abbondante di vita che continua sempre a scaturire dentro di lui; chi non sa entrare dentro, resta al fatto.

A chi ha questa dimensione, sarà dato e sarà nell’abbondanza; a chi non ha sarà tolto anche quello che crede di avere.

 

 

 

About Luca Tamburelli

Sposato e padre di fue figli, vivo in Francia, a Annonay, presso Lione. Sono amico di Maras e di moltissimi suoi amici.